Il sistema di potere di tipo oligarchico che governa l’Italia, con pessimi risultati, da quasi un ventennio è oggettivamente arrivato al capolinea. Nonostante alcuni autorevolissimi personaggi, occupanti i vertici apicali dello Stato diano l’impressione, che spero errata, di spendersi a tutela dell’esistente. Mi riferisco, nel caso, all’ultimo messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che mentre si palesano, grazie alle recenti inchieste, alcune scellerate dinamiche che muovono, consolidano e perpetuano una classe dirigente che appare nel suo insieme incline ad atteggiamenti di tipo criminale, ha ritenuto opportuno scrivere una lettera al vicepresidente del Csm Nicola Mancino per esternare “preoccupazione per l’inasprirsi dello scontro istituzionale”. Mi permetto di dissentire dall’impostazione quirinalizia, pur nutrendo un altissimo senso di rispetto per la funzione e il ruolo, per una serie di ragioni che mi appaiono insuperabili. In primo luogo ritengo non pienamente aderente ai fatti la autorevole denuncia di un presunto e paventato “scontro istituzionale” in atto. Più semplicemente intravedo alcune realtà di intollerabile degrado, eroicamente messe in luce da alcuni magistrati, come quelli di Firenze, che servono fino in fondo e senza ipocrisie soltanto i valori costituzionali. Non mi convince poi neppure la teoria secondo cui il nostro Paese sarebbe tuttora vittima dell’infinto scontro tra politica e magistratura. Al contrario, dalle inchieste pare emergere un sistema di “tutela collettiva e trasversale” che non risparmierebbe nessuno, neppure alcuni altissimi magistrati recentemente dimessisi dall’ordine giudiziario. Già in passato alcune scelte del Presidente Napolitano provocarono perplessità. In particolare, ad esempio, la scelta di chiedere gli atti alla procura campana in occasione del famigerato “scontro” tra gli uffici giudiziari di Catanzaro e Salerno. Una decisione che venne definita “irrituale” anche da alcuni eminentissimi costituzionalisti. L’attuale composizione del Csm, destinatario dei moniti provenienti dal Colle, suscita inoltre alcuni interrogativi di mera opportunità. Il vicepresidente del Csm Mancino, in virtù delle gravissime accuse, tutte ancora da dimostrare, mossegli di fronte ai magistrati siciliani da Massimo Ciancimino in merito all’ipotizzata trattativa tra mafia e Stato ai tempi delle stragi, per l’altissimo senso di responsabilità istituzionale da più parti riconosciutogli, avrebbe forse fatto meglio a lasciare temporaneamente il delicato incarico che ricopre, al fine di tenere le istituzioni al riparo da qualsiasi polemica o possibile strumentalizzazione. Di certo alcune frasi pronunciate da Berlusconi sono assolutamente fuori luogo. Ma più delle recenti e generiche invettive contro i magistrati definiti “talebani”, inquietano alcune vecchie allusioni del Premier in merito ad alcune vicende del nostro recente passato di notevole importanza. Berlusconi non ha ancora spiegato, forse perché ancora nessuno glielo ha chiesto con la dovuta insistenza, cosa volle dire all’indomani della bocciatura del “Lodo Alfano” quando riferendosi al Presidente della Repubblica disse: “Mi hanno preso in giro”. Veleni e ammiccamenti che una democrazia veramente liberale non può tollerare in silenzio. Francesco Toscano































































