domenica 28 febbraio 2010

INVITI POCO OPPORTUNI

Il sistema di potere di tipo oligarchico che governa l’Italia, con pessimi risultati, da quasi un ventennio è oggettivamente arrivato al capolinea. Nonostante alcuni autorevolissimi personaggi, occupanti i vertici apicali dello Stato diano l’impressione, che spero errata, di spendersi a tutela dell’esistente. Mi riferisco, nel caso, all’ultimo messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che mentre si palesano, grazie alle recenti inchieste, alcune scellerate dinamiche che muovono, consolidano e perpetuano una classe dirigente che appare nel suo insieme incline ad atteggiamenti di tipo criminale, ha ritenuto opportuno scrivere una lettera al vicepresidente del Csm Nicola Mancino per esternare “preoccupazione per l’inasprirsi dello scontro istituzionale”. Mi permetto di dissentire dall’impostazione quirinalizia, pur nutrendo un altissimo senso di rispetto per la funzione e il ruolo, per una serie di ragioni che mi appaiono insuperabili. In primo luogo ritengo non pienamente aderente ai fatti la autorevole denuncia di un presunto e paventato “scontro istituzionale” in atto. Più semplicemente intravedo alcune realtà di intollerabile degrado, eroicamente messe in luce da alcuni magistrati, come quelli di Firenze, che servono fino in fondo e senza ipocrisie soltanto i valori costituzionali. Non mi convince poi neppure la teoria secondo cui il nostro Paese sarebbe tuttora vittima dell’infinto scontro tra politica e magistratura. Al contrario, dalle inchieste pare emergere un sistema di “tutela collettiva e trasversale” che non risparmierebbe nessuno, neppure alcuni altissimi magistrati recentemente dimessisi dall’ordine giudiziario. Già in passato alcune scelte del Presidente Napolitano provocarono perplessità. In particolare, ad esempio, la scelta di chiedere gli atti alla procura campana in occasione del famigerato “scontro” tra gli uffici giudiziari di Catanzaro e Salerno. Una decisione che venne definita “irrituale” anche da alcuni eminentissimi costituzionalisti. L’attuale composizione del Csm, destinatario dei moniti provenienti dal Colle, suscita inoltre alcuni interrogativi di mera opportunità. Il vicepresidente del Csm Mancino, in virtù delle gravissime accuse, tutte ancora da dimostrare, mossegli di fronte ai magistrati siciliani da Massimo Ciancimino in merito all’ipotizzata trattativa tra mafia e Stato ai tempi delle stragi, per l’altissimo senso di responsabilità istituzionale da più parti riconosciutogli, avrebbe forse fatto meglio a lasciare temporaneamente il delicato incarico che ricopre, al fine di tenere le istituzioni al riparo da qualsiasi polemica o possibile strumentalizzazione. Di certo alcune frasi pronunciate da Berlusconi sono assolutamente fuori luogo. Ma più delle recenti e generiche invettive contro i magistrati definiti “talebani”, inquietano alcune vecchie allusioni del Premier in merito ad alcune vicende del nostro recente passato di notevole importanza. Berlusconi non ha ancora spiegato, forse perché ancora nessuno glielo ha chiesto con la dovuta insistenza, cosa volle dire all’indomani della bocciatura del “Lodo Alfano” quando riferendosi al Presidente della Repubblica disse: “Mi hanno preso in giro”. Veleni e ammiccamenti che una democrazia veramente liberale non può tollerare in silenzio.

Francesco Toscano

sabato 27 febbraio 2010

CONSIGLI LIBRARI N.4

Il libro viola
Mascia Gianfranco
€ 12,00
2010, 160 p., brossura
Baldini Castoldi Dalai (collana I saggi)

Chi poteva immaginare che il No Berlusconi Day si sarebbe trasformato in una delle più importanti manifestazioni autopromosse e autorganizzate attraverso l’uso di Internet? E invece così è stato. Più di un milione di persone si sono mobilitate per dire: «Berlusconi dimettiti». Senza aspettare nessun ordine dall’alto, senza chiedere nessun permesso, un intero popolo si è autoconvocato e finanziato sfruttando con inventiva e pluralismo le opportunità del Web. Questo libro racconta - attraverso gli occhi di uno dei protagonisti dell’antiberlusconismo in Italia - la genesi del No Berlusconi Day e spiega com’è successo che i cittadini italiani si siano ribellati all’impotenza dei partiti della Sinistra e abbiano preteso la parola. In queste pagine rivivono i volti, i linguaggi e le storie di un’enorme intelligenza collettiva che ha abbandonato il pensiero pigro per trasformarsi nel Popolo Viola e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Un piccolo saggio su questo MoveOn all’italiana, con alcuni consigli su come utilizzare il proprio tempo libero per fare quello che i partiti non sanno più fare. Parte dei proventi del libro saranno devoluti al Popolo Viola

Gianfranco Mascia, giornalista freelance, blogger ed esperto di comunicazione web. Fondatore dei comitati BOBI (BOicotta il BIscione). è stato uno dei promotori dei Girotondi. Negli ultimi anni ha fornito consulenze alla comunicazione politica ed è tra gli organizzatori del No Berlusconi Day.

In fuga dalla mia terra. Storie di uomini, donne e popoli che non si possono fermare
Bos Emiliano
€ 13,00
2010, 144 p., brossura
Altreconomia

Dall’Afghanistan alla Moldavia, dall’Iraq al Senegal, fino a Rosarno: storie che bussano alla nostra portaStorie senza biglietto di ritorno. “In fuga dalla mia terra” è un reportage sulle tracce di uomini, donne e popoli che non si fermano davanti a nulla. Perché non possono: i luoghi da cui fuggono si chiamano Guerra, Fame, Miseria. Emiliano Bos incrocia il passo e le parole di “migranti”, “profughi”, “erranti”, “irregolari”. Mai di “clandestini”, perché salvarsi la vita non può essere una colpa. S’imbarca sulle piroghe che dal Senegal salpano per le Canarie, s’inoltra nel Sahara sulle nuove navi del deserto; percorre la Moldavia delle madri in trasferta e sconfina in Transnistria, il Paese che non c’è, incrocia le rotte dei pirati tra Corno d’Africa e lo Yemen di al Qaeda; condivide l’attesa impotente di migranti d’ogni continente nelle “stazioni intermedie”, Istanbul, sublime porta della Fortezza Europa, Calais con le sue baraccopoli a due passi dal sogno d’oltremanica, la Giordania, parcheggio per migliaia di profughi iracheni. E scopre che dopo i fatti di Rosarno - ma anche prima - si fugge dal nostro Paese. Per non perdere la rotta a ogni reportage affianca la sua “bussola”, un quadro storico con fatti e numeri: per capire che i cosiddetti “flussi migratori” sono ormai “esodo”, tumultuoso e inarrestabile.


Emiliano Bos, giornalista, lavora alla Radiotelevisione Svizzera. Dal 1994 si occupa di guerre e pace nei Balcani, Medio Oriente e Africa, viaggiando e scrivendo. Suoi reportage sono stati pubblicati tra gli altri da L’Espresso, Famiglia Cristiana, Diario, Die Welt, East.

Bauman Zygmunt
L’etica in un mondo di consumatori
€ 16,00
2010, VII-234 p., brossura
Laterza (collana I Robinson. Letture)

Smantellata gran parte dei limiti spazio-temporali che delimitavano le potenzialità delle nostre azioni, non possiamo più ripararci dalla ragnatela della dipendenza globale. E questa la situazione in cui, volenti o nolenti, portiamo avanti oggigiorno la nostra storia comune. Anche se molto - forse tutto o quasi tutto - in questa storia in divenire dipende dalle scelte umane, le condizioni in cui tali scelte vengono fatte non sono a loro volta soggette a scelta. Si può essere “favorevoli” o “contrari” rispetto alla nostra interdipendenza planetaria, ma sarebbe come dire di essere a favore o a sfavore della prossima eclissi solare o lunare. Acconsentire od opporsi, però, alla forma squilibrata che la globalizzazione della condizione umana ha assunto fino a questo momento, questo sì che può fare una grande differenza.

venerdì 26 febbraio 2010

METROPOLIS ITALIA

Ho sempre pensato che la politica fosse volta al bene. Ho sempre pensato che in politica si bada veramente al bene comune. Ho sempre pensato che la legge è dalla parte del cittadino. Ho sempre pensato che la Costituzione è la base di ogni possibile altra legge e governabilità in un paese che si reputa democratico. Ho sempre pensato che la politica deve garantire la libertà del cittadino. Ho sempre pensato che la politica è al servizio del cittadino. Ho sempre pensato e sperato che chi votavo mi rappresentasse a partire dalla fiducia accordata alla persona, alla sua parola, parola scritta nel programma politico che visionavo e vedevo come un patto tra me e il politico. Ho sempre pensato che chi ha cariche pubbliche, ma anche un uomo, per essere tale, debba dare l’esempio con la sua vita. Nella vita pubblica si deve pretendere l’esemplarità della condotta; i politici hanno anche un dovere “pedagogico” diciamo così... Coerenza la chiamavo un tempo. Ho sempre pensato che chi sbaglia paga… Se...se… Sbaglio? Mi son illuso? Mi sono bevuto qualcosa che mi dava visioni distorte?
Il progetto della politica italiana (non solo) e di chi attualmente ci governa, ma anche di chi ci governava diciotto anni orsono, e prima ancora e dopo e domani sapete quale è? Eccolo: propinare agli italiani un modello di società fondata sull’illegalità e sulla corruzione e fargliela accettare illudendoli che in quella società tutti, da fuori legge e corrotti, staranno meglio. Si sta mandando agli italiani questo messaggio: la società della produzione e del consumo vi garantisce benessere, però per stare in piedi ha bisogno di illegalità e di corruzione. Che facciamo? Continuiamo a prosperare tutti insieme nell’illegalità e nella corruzione, tutti fuori legge e tutti corrotti, oppure ci mettiamo a fare giustizia e legalità e mandiamo tutto a…?
Se corrompi, non ti preoccupare ti salviamo noi… Lodi, prescrizioni, leggi ad personam, legittimi impedimenti. Si, fuori i corrotti e dalla porta, ma non preoccupatevi rientrano dalle finestre… tanto anche Casini ha parlato di “ladri”. E i ladri, almeno quelli di un tempo entravano dalle finestre… Ora entrano ovunque e da dovunque… non basta più chiudere la finestra.
Allora quale progetto. Si sta semplicemente cercando di far accettare al popolo, esplicitamente, la realtà della società della produzione e del consumo, che ha fisiologicamente e strutturalmente bisogno dell’illegalità e della corruzione per prosperare. Non vedo sereno all’orizzonte. Nell’ attuale classe dirigente non vedo esempi di moralità, non vedo crescere la legalità, non scopro verità ma sotterfugi ed inganni… adesso la chiamano prescrizione del reato. Ma un reato è sempre reato. Forse un reato è anche reato… ma… Amen. Sia fatta la sua volontà. Nel caso in cui la corruzione e l’illegalità non siano accettate esplicitamente come presupposti indispensabili per far esistere e prosperare la società della produzione e del consumo, considerata come quella giusta, o la meno peggio si ripiegherà su un altro progetto. E allora? Guardiamoci dentro e attorno. Si proporrà un personaggio costruito mediaticamente come democratico, popolare ed attento alle esigenze del popolo e della giustizia sociale, che governa per rappresentare il popolo ed i suoi interessi nella legalità. Un personaggio che poi farà esattamente quello che fa Berlusconi. Silvio Berlusconi è il governante perfetto della società della produzione e del consumo, l’uomo che si è fatto da sé, legalmente o meno. Abile nell’andare contro la legge e corrompere e, nel contempo, governa per garantire a tutti gli altri (dal politico alla escort) le condizioni per andare contro la legge e corrompere. Perchè stupirsi dei rapporti tra politica, mafia, corruzione ed illegalità all’interno della società della produzione e del consumo che genera fuorilegge e corrotti? Oh ci siamo dentro tutti. Vorrei tanto fare il deviante fuorilegge.

Ivano Maddalena

IL SOLE VIOLA DELL’AVVENIRE

Dopo il clamoroso successo del No Berlusconi Day dello scorso 5 dicembre, domani sabato 27 febbraio 2010 alle ore 14,30, in Piazza del Popolo a Roma tornerà a farsi sentire il Popolo Viola, questa volta per dire basta alle leggi ad personam e per chiedere il rispetto della Costituzione e la risoluzione del conflitto di interessi. Il simbolo della manifestazione è una Mafalda, rigorosamente in viola, che grida: “Basta! La legge è uguale per tutti”, scritta che campeggerà sul palco lungo 14 metri. Gli organizzatori sottolineano la necessità di restituire dignità al paese piegato agli interessi di Berlusconi. Le ragioni della protesta prendono spunto dai recenti provvedimenti portati avanti dal governo e dalla maggioranza: dal processo breve, al legittimo impedimento fino alla ventilata proibizione delle intercettazioni. E poi l’emergere di nuovi fatti di corruzione e malapolitica che hanno riportato d’attualità la “questione morale”. Per conservare la propria indipendenza ed autonomia dai partiti e dai sindacati il popolo viola ha scelto la via dell’auto-finanziamento con l’apertura di una sottoscrizione on-line alla quale tutti i simpatizzanti possono contribuire per sostenere le spese di gestione dell’evento. Hanno già dato la loro adesione tutti i partiti di centrosinistra, questa volta anche il Partito Democratico, e volti noti dello spettacolo e della cultura, come il regista Mario Monicelli, il comico Dario Vargassola, i cantanti Francesco Guccini e Daniele Silvestri e il premio Nobel Dario Fo. Conduttrici, sul palco, l’autrice satirica Francesca Fornario e la giornalista di Rai Tg 24 Maria Laura Carcano. Previsti gli interventi di: Alberto Asor Rosa (Il Manifesto), Gianni Minà (Latinoamerica), Paolo Flores D’Arcais (MicroMega), Gioacchino Genchi e in video-conferenza porteranno il loro saluto lo scrittore Giorgio Bocca e il giornalista Marco Travaglio. Inoltre sarà riservato grande spazio ai lavoratori in lotta e ai rappresentanti dei cittadini de L’Aquila. Nessuno manca all’appello. Persino il sole ha assicurato la sua presenza, dichiara soddisfatta un’organizzatrice. Salvo censure dell’ultima ora la manifestazione sarà trasmessa in diretta sul canale Rai News24.

Paolo Sante

Per maggiori informazioni:
www.27febbraio2010.org

giovedì 25 febbraio 2010

ORA BASTA!

Il governo vuole mettere un freno alla deriva che ha invaso il Paese. Pronto un Ddl che intende punire severamente chiunque non abbia commesso reati negli ultimi 5 anni.

Il Coyote

O MAFIA, O MORTE

Ieri la Cei ha lanciato un grido di allarme sullo stato di salute delle nostre Istituzioni. Anche i vescovi riconoscono e intravedono l’irresistibile avanzate delle mafie, che nell’ultimo ventennio si sono incuneate così in profondità all’interno del sistema di potere cosiddetto legittimo fino al punto di surrogarlo. Una mafia che ha assunto nel tempo sembianze diverse e per molti aspetti contrarie a quelle che una pittoresca storiografia d’annata tende ad attribuirle. La mafia rurale, incolta e pastorale, non esiste più. Il dramma più profondo che il nostro paese vive è rappresentato dalla triste consapevolezza che le mafie hanno vinto la loro guerra innanzitutto su un piano, latu sensu, culturale. Il profitto ad ogni costo e con ogni mezzo, la furbizia elevata a corrente di pensiero, il diritto sostituito dall’arbitrio e dalla forza non sono forse conquiste filosofiche che i profeti delle mafie possono legittimamente vantare? La società di oggi vive di logiche mafiose e settarie. Non è un problema di singoli uomini ma, più pericolosamente, di sistema. Un sistema immobile e pietrificato, oramai prevalentemente composto da una sparuta minoranza di garantiti per nascita, attorniata da crescenti masse di disadattati poveri e sfruttati, scivolati silenziosamente nel girone dell’esclusione sociale. Un modello dolosamente imposto da ristrette, trasversali e ben riconoscibili élite, economiche, politiche e persino giudiziarie, volto a creare una nuova categoria di milionari ipergarantiti che vivono al di sopra e al di fuori del controllo di legalità, sulla pelle dei tanti neoschiavizzati, immigrati, salariati e giovani precari. L’ascensore sociale è bloccato. La cultura, il merito e l’impegno non consentiranno a nessuno di guadagnarsi sul campo un futuro di dignità e serenità economica. Perché i padroni del vapore, conquistatori della cosa pubblica, non lasceranno neppure le briciole e non intendono salvare neppure le forme. Perpetuano attraverso l’applicazione del nepotismo più sfrenato che impone d’imperio i diritti delle nuove aristocrazie. Agli altri, a tutti quelli che non hanno avuto di fortuna di nascere all’interno di una cornice dorata, non rimane che pietirne la benevolenza, lavorare al servizio delle caste senza la pretesa di ricevere un salario dignitoso nella speranza di sopravvivere senza annegare. A chi invece non si rassegna, non rimane oggettivamente altro da fare che diventare come loro. Sposarne cioè le logiche e i criteri dissennati aumentando così le fila delle tante mafie che ci opprimono. Tertium non datur: o mafia, o morte.

Francesco Toscano

mercoledì 24 febbraio 2010

SCUOLA DIAZ: VERGOGNA DI STATO

Il Pm Pio Macchiavello, al termine di una requisitoria durissima, ha chiesto pene più severe per quei funzionari di Stato resisi protagonisti di una delle pagine più terribili della nostra storia recente: l’irruzione alla scuola Diaz del Luglio 2001. Una ondata di inaudita e feroce violenza investì all’epoca poveri cittadini inermi, perlopiù pacifici manifestanti, che solo per miracolo scamparono ad una morte atroce ed inspiegabile. Un evento terribile, inconcepibile, in linea con le “nobili gesta” dei governi sudamericani degli anni ‘70, quando nell’Argentina di Videla scomparvero nel nulla un numero imprecisato di persone, vittime dell’odio più assurdo e del fanatismo più violento. Fantasmi, mostri, tragedie riemerse dal fango della storia per coprire di vergogna un Paese come l’Italia, teatro di scene ai limiti dell’inverosimile. Eventi capaci di portare indietro le lancette della storia. Una democrazia è degna di questo nome non soltanto nella misura in cui riesce ad impedire il verificarsi di eventi terribili come quello in oggetto, ma anche e soprattutto nella misura in cui punisce con fermezza gli autori di condotte scellerate. Chiunque essi siano. Attraverso Il ripristino, cioè, di quel concetto di legalità di Stato che rende autorevoli e credibili le Istituzioni. Altrimenti l’autorità morale dello Stato si disperde e finisce con l’identificarsi solo con il concetto di forza fine a se stesso. E un Paese che si regge solo sulla forza non può dirsi civile. Chi conserva ancora un pizzico di sensibilità democratica non può rassegnarsi a vivere in un Paese che gira al contrario. Un Paese nel quale chi sbaglia viene promosso e la giustizia muore di fronte al concetto di bieca opportunità e ipocrita quieto vivere. Un crinale pericolosissimo che alla lunga aprirà di fronte ai nostri occhi il baratro di drammi già visti. Come insegnava Vico, la storia conosce corsi e ricorsi. Coraggio, verità e giustizia solo le uniche armi efficaci nei confronti delle tenebre di un sempre più minaccioso autoritarismo violento di ritorno.

Francesco Toscano

1 MARZO 2010. L'ITALIA A COLORI

Mentre Berlusconi è tornato a stigmatizzare gli stanieri e la sinistra, i lavoratori immigrati proseguono nell’organizzazione dello “Sciopero degli stranieri” fissato per il 1° marzo 2010. L’intento del comitato promotore è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, tramite diverse manifestazioni non violente, sul tema del rifiuto del razzismo e dimostrare che l’immigrazione non è un problema di sicurezza o di ordine pubblico, ma piuttosto rappresenta una risorsa importante per l’Italia ed un’occasione di arricchimento culturale, economico e personale per tutti. L’iniziativa nata su “Facebook” prende spunto dall’analoga iniziativa francese “24 heures sans nous. La journée sans immigrés ” e ha un precedente nella giornata senza immigrati tenutasi a Los Angeles il 1° maggio 2006, sotto l’amministrazione Bush, in seguito all’annuncio di un disegno di legge restrittivo per l’immigrazione. Alla marcia parteciparono quasi due milioni di manifestanti. I recenti fatti di Rosarno, con la ribellione degli africani sfruttati dalle organizzazioni malavitose, hanno evidenziato la mancanza di politiche d’integrazione dell’attuale governo. Con provvedimenti come le ronde e l’evocazione dei rastrellamenti casa per casa il governo ha di fatto legittimato atteggiamenti xenofobi e discriminatori. Le vittime del razzismo sono sempre i più poveri, i diversi e gli emarginati. Alla giornata di sciopero hanno aderito molte associazioni, partiti, diversi sindacati di base e il “popolo viola”. Il colore, simbolo della protesta, sarà il giallo, sinonimo di cambiamento e politicamente neutrale. E’ stato predisposto anche un numero telefonico per raccogliere sms di adesione. Il numero è 320.2043514. I messaggi saranno letti nel corso delle manifestazioni. Tutte le informazioni sullo svolgimento della giornata potete trovarle all’indirizzo www.primomarzo2010.it

Italo Di Giacomo

ALMENO QUESTO...

Di Girolamo: “Mai avuto rapporti con mafia e camorra”. Infatti i giudici lo ritengono vicino solo alla 'ndrangheta...

Il Coyote

I CONTRORIVOLUZIONARI

Se c’è un pericolo vero rispetto all’improvvisa e traumatica rottura degli equilibri politici esistenti, è quello rappresentato dall’emergere, sull’onda dell’emotività irrazionale, di personaggi variegati pronti a brandire ad arte l’arma del rinnovamento per fini di pura speculazione politica ed intellettuale. Andiamo al concreto. Negli anni di Mani Pulite, stante un sistema collaudato e diffuso di corruttela da tutti conosciuto o perlomeno intuito, solo alcuni finirono nel tritacarne mediatico-giudiziario, mentre altri, più furbi, improvvisamente alzatisi da tavola, riuscirono a salvarsi vestendo in tutta fretta gli improbabili panni di piccoli Savonarola d’accatto. Così, chi era stato complice, beneficiario o parte di un sistema liquidato col marchio dell'infamia, ebbe gioco facile a riciclarsi nel nuovo schema “legalitario”, inficiandone in radice la credibilità e l’azione di reale cambiamento. La seconda Repubblica esprime infatti come protagonisti da un lato Berlusconi, già sodale di Craxi, e dall’altro Prodi, già manager pubblico ai tempi dell’Iri in quota De Mita. Una bella svolta, non c’è che dire. Oggi siamo punto e daccapo. Il sistema frana e noi dobbiamo essere pronti, però, a non ripetere gli errori del passato. A non permettere cioè che nessuno, strumentalmente e impunemente, faccia finta, come disse Craxi riferendosi ad Amato, “di essere appena sbarcato dalla luna”. Qui di marziani non ce ne sono. Anche se molti tentano timidamente di assumere forme aliene. Primeggiano, all’uopo, gli “illuminati” Montezemolo, Casini e Pisanu. Tutti e tre, con toni e sfumature differenti, denunciano il prepotente riemergere della corruzione, dando mostra di accreditarsi come possibile medicina per la cura dei mali abilmente analizzati. Il guaio è che, lungi dall’essere la soluzione, i personaggi in questione sono ampiamente parte del problema. E non credo possa risultare sufficiente una riverniciatina dell’ultima ora per renderli credibili. Tutti e tre, da posizioni differenti, hanno contribuito ad edificare questo sistema di potere che fino ad oggi li ha tutelati e privilegiati. Basta con i trasformismi. E' tempo di imporre per davvero, ai vertici del sistema decisionale del nostro Paese, uomini e donne che non portano il peso dei recenti e ripetuti fallimenti che hanno messo in ginocchio il nostro Paese e condannato all’infelicità intere generazioni.

Francesco Toscano

martedì 23 febbraio 2010

IPSE DIXIT

Partono finalmente gli arresti eccellenti. Nessuno pianga i reclusi. La classe dirigente non è mai innocente.

Tommaso Aniello

TUTTI DENTRO

E’ alle porte una nuova Tangentopoli? Dipende. Se con questa affermazione si intende porre l’attenzione sulla scarsa qualità del nostro ceto politico, immobile da un ventennio, che condanna l’Italia ad un lento ma continuo declino, parlare di nuova Tangentopoli è persino riduttivo. Siamo già molto oltre il degrado che in epoca Mani Pulite mandò in soffitta la vecchia classe dirigente pentapartitica. All’epoca del crollo la politica rubava, certo, ma conservava almeno il rispetto per il ruolo e per la funzione. I partiti, per quanto erosi dalla corruzione, tentavano ancora a fatica di svolgere il ruolo che i padri Costituenti gli avevano assegnato. Quello cioè di fungere da cinghia di trasmissione tra popolo e istituzioni, garantendo a tutti la possibilità effettiva e concreta di concorrere, ad ogni livello, ai processi decisionali. Oggi tutti i partiti, slegati da qualsiasi piattaforma culturale, sono ridotti a comitati d' affari, affetti da un liderismo messianico e caricaturale, nonché incapaci di visione politica di insieme. Una politica debole, al traino di altri poteri non rappresentativi che la condizionano e la umiliano. I rappresentanti del popolo in realtà non rappresentano più nessuno se non, nella migliore delle ipotesi, le singole lobby di potere che li hanno fatti eleggere. Le divisioni tra destra e sinistra paiono meri esercizi retorici, mentre la Casta tutta si ingegna in realtà al fine di perpetuare all’infinito la solita autoreferenziale oligarchia di potere e di interessi. Se il quadro è questo non è soltanto colpa della politica. Ma anche e soprattutto dei cosiddetti poteri di controllo che non controllano nessuno. Le indagini di Firenze, coraggiose ed eroiche visti i tempi, svelano intrecci impensabili tra politica affari e altissimi magistrati. Già in passato, le procure, penso a quella di Salerno, che avevano osato indagare sui livelli più alti del sistema di potere italiano, erano state prima delegittimate e infine messe nella condizione di non nuocere. Spero che la storia non si ripeta con Firenze. La stampa in generale risente della mancanza di editori puri, insegue spesso interessi privatissimi e svolge, a volte, il poco nobile ruolo di cane da guardia degli equilibri di potere esistenti. Insomma, il quadro è decisamente a tinte fosche. Non bisogna però perdere la speranza. Esistono ancora uomini all’interno delle istituzioni che stanno dimostrando, nonostante tutto, di avere ancora a cuore i destini della nostra declinante democrazia.

Francesco Toscano

lunedì 22 febbraio 2010

VIA I CORROTTI

Partiamo da Ninive, biblica città di peccatori, uomini segnati dalla malizia e dalla corruzione per giungere ai nostri giorni. Il profeta Giona, renitente al comando di Dio, sarà inviato a predicare ai niniviti, dopo aver fatto esperienza di fuga dalla realtà (soggiorno nel ventre di un pesce, balena): “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. I cittadini di Ninive, dal re fino all’ultimo, credendo nelle profezia di Giona inviato da Dio, fecero digiuno e penitenza e Ninive fu risparmiata. Il profeta Giona declamò il suo disappunto, ma intuì e comprese la misericordia di Dio per il suo popolo.
Chissà se il buon Dio avrebbe ancora misericordia? Chi ci salverà dai corrotti corruttori incorruttibili, dalla malizia di uomini che curano i loro interessi? Chi dalle “birbantellerie dei birbantelli?”
Qualche cardinale sogna… cattolici impegnati in politica in modo degno e pulito. Ed ecco: “Via i corrotti, gli indegni ed i pregiudicati” dalle prossime elezioni. Lo chiede il quotidiano cattolico Avvenire in un editoriale che paragona il “sentore cadaverico” della “corruzione” politica della Seconda Repubblica alla “cloaca di Tangentopoli” in cui si inabissò la Prima. Da qui, l’invito a tutti i partiti a presentare candidati “degni e puliti”.
Il Cavaliere, cattolico dal profilo morale elevato e dalla provata onestà, sentenzia garantendo: “Non credo ci siano dubbi sul fatto che chi sbaglia e commette dei reati non possa pretendere di restare in nessun movimento politico”. E ancora: “non c’è nessun ritorno di Tangentopoli” ha poi puntualizzato Berlusconi anche perchè “tutti i partiti hanno il finanziamento pubblico” e dunque si tratta di “fatti personali che rientrano nelle statistiche” che dimostrano come su 100 persone possono esserci “1, 2, 3, 4 o 5 individui che possono essere dei birbantelli o dei birbanti che approfittano della loro posizione per interesse personale”. Il capo del centrodestra ha poi parlato delle candidature per le prossime elezioni regionali e amministrative e ha ribadito la necessità di continuare a essere “garantisti” ma stando attenti a candidare persone che “non offrano ai nostri avversari motivi per attaccarci”.
Ma come fa a parlare così? Lui! Contraddittorio il suo discorso, fino all’infinito.
Vi propongo un brano scritto da Elsa Morante, conosciuto, tornato a circolare in rete in questi mesi.
Lo scritto risale al 1945, è intitolato Il Capo del Governo ed è contenuto in Pagine autobiografiche postume, pubblicato in “Paragone Letteratura” n.456 del febbraio 1988.
“Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico”.
Dalla lettura dello scritto si evince come la Morante abbia avuto una straordinaria capacità di vedere nel futuro. Ciò che è presente oggi è descritto nel passato. Tale testo scritto diverse decine d'anni orsono ha una totale aderenza alla realtà odierna, con la descrizione di fatti che riscontriamo pian piano non solo in chi ci governa oggi, ma anche in tanti altri politici chiamati ad amministrare. Elsa Morante profetessa ispirata? No, l’autrice si riferiva a Benito Mussolini nello scrivere, nel maggio 1945, Il Capo del Governo.
L’Italia da allora è poco cambiata nella scelta dell’uomo politico, molti, troppi italiani, traggono ancora esempio da “un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto”.
Molti, troppi italiani, si lasciano corrompere nel loro diritto di essere rappresentati da politici onesti, puliti, veri. Molti, troppi italiani si lasciano corrompere… quale Giona oggi può essere così convincente del pericolo dell’imminente catastrofe della politica italiana? Del baratro su cui siamo condotti dall’attuale governo? Chi ci salverà? Mah!

Ivano Maddalena

PEACE AND LOVE

“Non c’è nessuna guerra all’interno del Pdl”. Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia Alfano prima di rimettersi l’elmetto.

Il Coyote

CASINI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Casini si è accorto che in Italia esiste la corruzione e la malapolitica. Benvenuto, verrebbe da dire. Se non fosse che il suo partito, l’Udc, rappresenta una perfetta sintesi dello stato di difficoltà nel quale versa il sistema politico italiano, sarei tentato dal dargli ragione. In Italia il vero pericolo non è rappresentato dai corrotti nel senso letterale del termine ma, più subdolamente, dai tanti farisei che si ergono a moralizzatori dei costumi non avendone alcun titolo. Casini, tanto per fare un nome a caso, scopre oggi il drammatico livello di corruzione che attanaglia l’Italia. Per quindici anni, pur essendo stato uno strettissimo alleato di Berlusconi, non si era mai accorto di nulla. Anzi, il bel Pier non perdeva occasione per ribadire la bontà della sua piattaforma ipergarantista “contro le ingerenze di una giustizia ad orologeria e politicizzata che fa il male del Paese”. E in base al suo credo assolutorio, Casini aveva ritenuto opportuno persino blindare al Senato Cuffaro, già vicesegretario nazionale Udc nonché condannato in secondo grado per rapporti con la mafia. Cuffaro è solo il caso mediaticamente più evidente, ma negli anni i dirigenti dell'Udc indagati e condannati per reati gravissimi si sprecano. E non basterebbe un libro per ricordarli tutti. Eppure Casini ritiene di sfidare il senso del ridicolo agitando la questione morale, aiutato da una stampa pigra, nella migliore delle ipotesi, che evita di interrogarsi sulla qualità di alcune figure apicali dello scudocrociato. In primis, Lorenzo Cesa. Ieri sul Corriere di De Bortoli, si parlava delle disgrazie giudiziarie di Prandini, già potente ministro ai tempi della prima Repubblica, condannato in primo grado per la vicenda Anas e infine prescritto. Il buon giornalista ha omesso di ricordare, però, che oltre all’oramai pensionato Prandini, quella brutta vicenda riguardava anche l’attuale segretario Udc Cesa. Lo stesso Cesa, indagato e poi archiviato, emerso nelle inchieste catanzaresi di de Magistris a casua della società “Global Media”, che secondo l’ex Pm rappresentava il vero polmone finanziario dell’Udc. Lo stesso Cesa che minacciò di denunciare per calunnia Francesco Campanella, pentito massone e vicino alla mafia. Purtroppo non si hanno notizie rispetto allo stato della denuncia annunciata dal segretario dello scudocrociato. Verrebbe da chiedersi quali qualità nascoste possiede Lorenzo Cesa, figura non particolarmente brillante e dall’eloquio incerto, entrato nonostante ciò nell'olimpo del potere reale. Fortuna, probabilmente. E’ bene ricordare, in chiusura, che Casini è genero di Francesco Gaetano Caltagirone, importante costruttore romano, a capo di un impero economico ed editoriale, di cui parla Barbacetto nel suo libro, “Compagni che sbagliano”, a proposito della scalata Unipol ai tempi dei furbetti. Casini dovrebbe porre un freno al malcostume dilagante. Rincuorano però le parole del cardinale Tarcisio Bertone che, dopo essersi guardato intorno, ha chiesto a gran voce una nuova generazione di cattolici impegnati in politica.

Francesco Toscano

domenica 21 febbraio 2010

FIN CHE LA BARCA VA

Sanremo non è più solo Sanremo come recita l’insulso slogan. Sanremo è l’Italia di Berlusconi, degli “Amici” di Maria, dell’ x factor. Il cuore, oltre a non battere sul due, non batte nemmeno nel teatro della ridente cittadina della riviera ligure. La sessantesima edizione del Festival della canzone italiana ha sancito la vittoria del laboratorio sulla musica e la definitiva mediasetizzazione della Rai. Il televoto è riuscito a fare più danni della tanto vituperata giuria demoscopica. Orde di sbarbatelli, senza alcuna cognizione musicale, orgoglio delle compagnie telefoniche, hanno mandato in finale due piagnoni formato talent show e i fratelli d’Italia Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici (vorrei dire il trio monnezza, ma sarei ingiusto con il tenore). “Il voto popolare non si discute” ha bacchettato gli orchestrali ribelli una Clerici in versione portavoce pidiellina. Tra le continue auto-celebrazioni del direttore di rete Mazza e del megadirettore generale Masi, accompagnato dall’avvenente e giovane fidanzata Susanna (già compagna di Scapagnini senior, ex sindaco di Catania e medico personale di Berlusconi), è andato in onda il festival festaiolo di un paese malato con: un maestro pazzoide distruttore di violini, il piduista MaurizioCostanzoShow, e poi cassanate varie, il lato b di JLo, coppa di champagne con spogliarellista incorporata, ballerine di can can pronte a sbarcare a Villa Certosa, bambini nati vecchi e interviste da prima elementare. Robe da far gridare: “Aridatece Pippo Baudo”. Una contestazione fasulla è riuscita a portare Avanti i Savoia e a censurare l’intervento del segretario del Partito Democratico Bersani. Gli stessi “savoiardi” travestiti da anarchici si sono spellati le mani quando ha parlato il ministro Scalogna Nucleare, così legato alla sua regione da far attivare una linea aerea Albenga-Roma ad uso e consumo personale. Questo è stato il festival: senza musica, senza fiori e senza opere di bene. Qui Sanremo, a voi Italia. Fin che la barca va.

Paolo Sante

sabato 20 febbraio 2010

CONSIGLI LIBRARI N.3

L’Italia che resiste. Storia e ritratti di cittadini controcorrente
Moroni Francesco
€ 12,00
2010, 172 p., brossura
Effepi Libri

Un libro che si propone di restituire la temperie politica e culturale del Paese attraverso il filtro di storie e ritratti esemplari di cittadini perbene, ideali compagni di viaggio che mostrano la strada. Grandi attori dello spettacolo della vita italiana, insieme a figure marginali o sconosciute al grande pubblico, ripescate dal sacco dell’oblio o dell’indifferenza collettiva. Frammenti di passato, al tempo stesso individuale e comune, da ricomporre nella cornice del presente, per illuminare il futuro di un Paese migliore. Una carrellata di biografie di magistrati, giornalisti, artisti, politici, sportivi, esponenti della società civile uniti dal filo rosso del loro impegno civile e del loro essere controcorrente, per rigorose ed anticonformiste scelte etiche e intellettuali. Tra gli altri, compaiono De Andrè, Pasolini, don Ciotti, Travaglio, Englaro, Merlin, Davigo, Scirea e tanti altri.

Il mio nome è Victoria
Donda Victoria
€ 17,50
2010, 207 p., rilegato
Corbaccio

Nel 1977 i genitori di Victoria Donda furono sequestrati e rinchiusi nella Scuola di Meccanica della Marina. Il padre fu subito ucciso, e la madre, incinta di cinque mesi, poté partorire prima di essere “giustiziata” attraverso uno dei famigerati “voli della morte” sotto gli occhi di suo zio, membro della polizia segreta. Nel tentativo disperato di imprimerle un segno di riconoscimento, la madre, prima di venire assassinata, era riuscita a cucirle un filo azzurro nei lobi delle orecchie. Adottata da una famiglia di militari, la bambina crebbe con il nome di Analía, ignara della sua storia. Fino a quando, ventisette anni dopo, grazie a una testimonianza anonima, venne contattata dalle Nonne di Plaza de Mayo e scoprì di non chiamarsi affatto Analía e di non essere quella che credeva bensì la “nipote numero 78”. Ma soprattutto scoprì che l’inganno perpetrato dai militari durante la dittatura era sopravvissuto a più di venti anni di democrazia. Ad Analía è toccato così in sorte di “nascere” una seconda volta, figlia di altri genitori, orfana, consapevole del male subito e che con lei hanno subito tanti altri giovani della sua generazione. Ma, recuperato il nome che sua madre aveva scelto per lei, Victoria ha saputo anche superare la sua tragedia personale e da allora combatte con tutte le sue forze per garantire il rispetto dei diritti umani. La sua storia è quella di un paese ancora alla ricerca della verità sul suo passato.


Il piacere degli occhi
Truffaut François
Curatori: Narboni J.; Toubiana S.

€ 15,00
2010, 302 p., brossura
Minimum Fax (collana Minimum Fax cinema)

François Truffaut (1932-1984) è stato uno dei massimi esponenti della cinematografia francese. Oltre ad aver diretto capolavori come I 400 colpi, Gli anni in tasca, Jules e Jim, L’ultimo metrò, Finalmente domenica! e La signora della porta accanto si è distinto anche come critico cinematografico, sceneggiatore, produttore e attore. Il piacere degli occhi è il libro in cui Truffaut desiderava raccogliere una selezione di ciò che aveva scritto sul cinema in quasi un trentennio di carriera, prima in veste di critico e polemista per riviste celebri quali Arts e Cahiers du cinéma, poi come cineasta affermato. Dopo la sua scomparsa, Jean Narboni e Serge Toubiana hanno ripreso il progetto sulla falsariga tracciata dallo stesso Truffaut, restituendoci in questo volume una galleria di ritratti vividi e penetranti di registi (Chaplin, Hitchcock, Welles, Spielberg), scrittori (André Gide, François Mauriac) e attori (Fanny Ardant, Julie Christie, Catherine Deneuve, Charles Aznavour), oltre a un’analisi acuta e talvolta spietata sullo stato dell’arte cinematografica: una testimonianza importante di chi ha vissuto dall’interno un periodo tra i più fecondi del cinema francese e mondiale.

venerdì 19 febbraio 2010

LA CADUTA DEGLI DEI

Non è una nuova Tangentopoli, afferma Berlusconi. Tangentopoli, letteralmente la città delle tangenti, coincideva con Milano. A coniare questo termine fu il giornalista Piero Colaprico, per indicare il sistema di corruzione e bustarelle che travolse la Prima Repubblica. Oggi, forse più di ieri, siamo di fronte ad un sistema di illegalità diffusa, ramificata in ogni dove, ovunque ci sia un’emergenza. Gli antichi vizi non sono passati di moda, gli appalti continuano a rimanere truccati, anzi truccatissimi citando Elio e le Storie Tese, il sistema clientelare la fa da padrone ed è ritornata in voga una vecchia scusa utilizzata per giustificare i boiardi democristiani: “anche se mangiano, basta che lascino qualcosa per noi”. Adesso si parla del “partito del fare”, tralasciando i costi (ingenti) di quel fare. Si può fare e farlo bene, scrive saggiamente Concita De Gregorio su l’Unità. Aldilà delle responsabilità penali, su cui la magistratura sta indagando, ci sono precise responsabilità, politiche e morali, per tutti i personaggi intercettati e coinvolti a vario titolo nel filone di inchiesta dei pm di Firenze. Chi ride sulle disgrazie altrui, chi cerca di favorire gli amici (pur non riuscendoci) chi come il governatore sardo Cappellacci, già commercialista di Berlusconi, offende i propri corregionali ed organizza banchetti di aragoste dimenticando le difficoltà dei lavoratori Alcoa di Portovesme è colpevole dal punto di vista etico.
Dai mariuoli ai birbantelli, anche il lessico è divenuto più indulgente. Siamo caduti talmente in basso da esaltare Fini “Catalano” per delle ovvietà, per esempio quando si dice contrario ai rastrellamenti degli immigrati casa per casa o quando afferma: il politico che ruba è un ladro e basta. La gente è sfinita, così stanca da aver perso la capacità di indignarsi. D’altronde ogni giorno ce ne sarebbe motivo. Parlano di merito e poi favoriscono cognati, figli ed amanti. Un grande conoscitore di vizi e virtù degli italiani, Leo Longanesi, scriveva “la nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: tengo famiglia”. Questo dovrebbero scrivere sulla bandiera e non mettere la Croce. Quella la portiamo già noi tutti i giorni.

Emanuele Bellato

MINZOCHE?

Meno male che c’è Minzolini. Così almeno nessuno può essere sfiorato dal dubbio che siamo un Paese normale.

Il Coyote

giovedì 18 febbraio 2010

INDIETRO TUTTA

Cosentino si è dimesso. Il discusso coordinatore regionale campano, sulla cui testa pende una richiesta di arresto per ipotizzati rapporti con le cosche di Casal di Principe, ha gettato la spugna. Cosentino nella sua regione ha perso su tutta la linea. Partito per fare il candidato governatore del Pdl, il coordinatore campano è stato prima defenestrato dal socialista Caldoro e infine scavalcato perfino nelle scelta del candidato presidente della sua provincia, Caserta. Scelta che, in seguito ad un accordo romano, è caduta sull’udiccino Zinzi, già sottosegretario alla sanità nel precedente governo Berlusconi e padre del meno noto Giampiero, coordinatore nazionale dei giovani dello scudo. Non è casuale che Cosentino abbia deciso di dimettersi subito dopo la fine dell’incontro svoltosi tra Berlusconi e Fini, conclusosi con il via libera all’alleanza con Casini. Quello stesso Casini che aveva pronunciato parole di fuoco contro Cosentino a causa dei suoi guai giudiziari. Strana sindrome quella di Pier: feroce con un indagato come Cosentino, amorevole con un condannato in secondo grado per mafia come Cuffaro. Ma forse una spiegazione al doppiopesismo dell’ex Presidente della camera c’è. In realtà, all’ombra di una finta indignazione morale, si sta giocando una spietata partita per la successione a Berlusconi. Da una parte si ricrea, da posizioni differenti, l’antico asse Fini-Casini pronto a rinascere sulle ceneri del Premier, mentre l’ala di più stretta osservanza forzista, vicina alla Lega e rappresentata dal ministro Tremonti gioca una partita differente. L’attuale debolezza di Berlusconi, che vede addensarsi nubi nere su molti dei suoi più stretti collaboratori, garantisce a Fini spazi di manovra altrimenti preclusi. Insomma è partita la guerra di successione. Con Casini nel solito ruolo di spalla inconsapevole di quello stesso Fini che, storicamente, lo abbraccia sempre quel tanto che basta per raggiungere gli obiettivi prefissatisi. Per poi, come alle scorse politiche, lasciare il bel Pier con un palmo di naso. E meno male che lo chiamano Pierfurby...

Francesco Toscano

TAV, DAL MOLIN, PONTE: C’E’ CHI DICE NO

La politica delle grandi opere e la concessione di servitù militari sono operazioni impopolari. Sono megalomanie dei nostri governanti e non servono al popolo. Se godessero dell’appoggio della gente non avrebbero bisogno di militarizzare i siti o lavorare di notte come i ladri. Se vogliono distruggere un territorio di rara bellezza naturalistica come la Val Susa non è solo un problema locale, ma nazionale. Se vogliono costruire la più grande base americana in Europa a Vicenza, è un problema generale perché espongono al pericolo di attentati terroristici l’Italia intera. Non è con la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina che risolveranno la grave questione meridionale se poi tutto intorno resta il degrado e l’abbandono. Tra qualche anno scopriremmo, se non cancelleranno le intercettazioni o i tribunali, il giro di tangenti, gli intrecci tra politica, mafia e massoneria per spartirsi appalti e profitti. Quelli che continuano ad opporsi con tenacia a questi scempi sono l’avanguardia, la coscienza collettiva di chi non si rassegna, di chi difende veramente la propria terra (non come quei leghisti imborghesiti dai solotti mondani romani), di chi è disposto a prendere le botte per un ideale. Per questo bisogna esprimere la più viva solidarietà a Simone, giovane del movimento “No Tav”, ricoverato in gravi condizioni all’ospedale Molinette di Torino, vittima, ieri sera, di un pestaggio da parte delle forze dell’ordine. I siti di controinformazione raccontano una sequenza agghiacciante, con il ragazzo colpito nonostante fosse accasciato a terra inerme e vomitasse sangue. La politica non può cavarsela sempre dietro ad un’acritica difesa della polizia. Il ministro dell’Interno Maroni riferisca in Parlamento e la stessa polizia si adoperi per scoprire e punire gli agenti che hanno disonorato la divisa. Si discute tanto di questione sicurezza e poi impegnano le forze dell’ordine per scortare le trivelle o le basi straniere, o nel peggiore dei casi per manganellare i contestatori.

Italo Di Giacomo

mercoledì 17 febbraio 2010

SIAMO TUTTI SULLO STESSO TETTO

Il Governo, con sempre maggiore insistenza, sta cercando di convincerci che stiamo uscendo dalla crisi. Parlano di segnali di ripresa e delineano un futuro roseo, foriero di nuovi guadagni e profitti. Per giustificare le loro mancanze hanno persino il coraggio di addossare all’opposizione colpe passate ed un atteggiamento disfattista. Sono talmente avvezzi alla menzogna che si contraddicono da soli, ad esempio sul tema delle pensioni: per Tremonti non si toccano, mentre Berlusconi qualche giorno fa le indicava come un peso sul bilancio. La realtà quotidiana conferma purtroppo l’inadeguatezza di questo governo. Impegnati a risolvere i problemi giudiziari del premier, tra immunità, lodi e processo breve hanno dimenticato la vera priorità per gli italiani, ovvero il lavoro. Il fronte lavoro è l’emergenza del Paese. Non passa giorno senza la chiusura di aziende. E poi la piaga della precarietà, i licenziamenti, l’aumento della disoccupazione e la cassa-integrazione. Tutti i settori sono interessati: grandi società, industrie come la Fiat con migliaia di posti di lavoro in pericolo e le aziende straniere che se ne vanno. Come in un domino tantissime piccole e medie imprese vengono travolte, in quanto canali dell’indotto dei grandi gruppi. Questo fuggi fuggi ha condizionato le stesse condizioni di lavoro con contratti precari, sub-appalti, aumenti dei carichi di lavoro con danno alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. Persino il tanto decantato modello Veneto è in crisi. La recessione economica nella nostra regione ha registrato nel 2009 un calo del Pil del 4,8%, dovuto alla caduta degli investimenti e delle esportazioni, ed un calo dell’occupazione intorno al 3-4%. L’indagine Istat segnala che i disoccupati hanno superato quota 100.000. L’assessore alle Politiche della formazione e del Lavoro Elena Donazzan ha commentato sconsolata: “Sono numeri pesanti. Centomila persone che cercano lavoro oggi nel Veneto sono tantissime”. Leggendo la sua dichiarazione si capisce che non ha ancora la stoffa per assumere la direzione di un ministero. Tremonti avrebbe liquidato con un semplice: bugie della sinistra gné, gné, gné.

Emanuele Bellato

martedì 16 febbraio 2010

LA LINGUA DEL SANTO

In questi giorni c’è grande fermento a Padova per l’Ostensione del resti mortali di Sant’Antonio. La stampa e i telegiornali locali parlano di un’occasione importante per la città che avrà una grande ricaduta, in termini economici, soprattutto per gli esercenti nei pressi della Basilica e di Prato della Valle. Si sta verificando un miracolo al contrario. Il Santo Antonio fustigatore di usurai, banchieri e notabili, considerato un eretico all’interno della stessa Chiesa perché deplorava la ricchezza del clero, adesso è diventato utile per promuovere la città e vendere statuette, rosari, santini, magliette e torte immangiabili con il suo nome. Non è corretto leggere idee ed azioni dei grandi personaggi del passato in chiave moderna, però, allo stesso tempo, non si può ignorare la straordinaria attualità del messaggio del frate francescano, esempio di virtù umane, ancor prima che cristiane. Antonio era uno straniero ed aveva 32 anni quando arrivò a Padova. In questa città, già florido centro di commerci, cominciò a predicare contro la corruzione, la dissolutezza, gli affari sporchi e le facili ricchezze costruite dalla nascente “borghesia” con il sangue e il sudore altrui. Il sobillatore delle anime chiedeva giustizia e verità per i poveri, i diseredati, gli ultimi. Faceva, con coraggio, nomi e cognomi, tuttora noti a Padova non per la loro magnanimità o saggezza ma perché a loro sono titolate alcune tra le più importanti chiese, frutto di generose elargizioni per espiare colpe, nella speranza di comprarsi anche la salvezza eterna. Non è blasfemo sottolineare l’azione politica dell’uomo Antonio. Grazie alla sua opera nel 1231 fu modificata la legge sui debiti di usura, una conquista epocale, infatti prima dell’entrata in vigore della legge, i debitori insolventi senza colpa, venivano puniti con il carcere o l’esilio. E’ forte, come dicevo, la tentazione di fare la storia con i se e con i ma. Per questo sarebbe interessante rivedere il povero fraticello nella Padova e nel Veneto di oggi. Una cosa però la sappiamo, troverebbe gli eredi di quella “razza maledetta con i denti di leone” sempre “intenti a rapinare, maciullare e inghiottire i beni dei poveri”. Forse, essendo straniero, sarebbe anche scacciato, in un “rastrellamento” delle ronde padane, da quella stessa città che se ne è impossessata, cancellando le sue origini portoghesi. Fermo restando il rispetto dovuto ai pellegrini provenienti da ogni parte del mondo e al sentimento religioso che coinvolge larga parte del popolo veneto, io non andrò a venerare i resti del Santo perché come diceva Antonio: “[…] Dio, non è il dio dei morti ma il Dio dei viventi”.

Italo Di Giacomo

lunedì 15 febbraio 2010

NON CI RESTA CHE PIANGERE

L’Italia sta uscendo dalla crisi. L’Italia non è mai entrata nella crisi (nel 2009 il Pil è crollato del 4,9%). La crisi è davvero finita, sentenzia lapidario Tremonti. Difficile, se non impossibile, sentire dagli opinionisti e soprattutto dai politici una parola di verità. Se la drammatica crisi economica e finanziaria del 2009 ricordava quella storica del 1929, il 2010 non sembra ancora avere assorbito preoccupazioni e timori. A livello internazionale con il salvataggio delle banche si è solo mascherato il problema trasformando il debito privato in debito pubblico. Nonostante i piani di recupero i mercati stentano a decollare. Diversamente dall’anno scorso ogni tanto possiamo “tirare il fiato”, ma le borse continuano a salire e scendere in maniera schizofrenica, condizionate da nuove crisi di paesi instabili come la Grecia o dal “raffreddore” di Obama. A tutto ciò bisogna aggiungere una crisi di carattere sociale. Operai sui tetti, lavoratori in cassa integrazione, disoccupati in aumento, giovani sfiduciati che hanno rinunciato persino a cercare un posto di lavoro. E poi i più fragili, chi non ce la fa, come Emanuele, giovane lavoratore torinese, trovato impiccato all’interno della sua azienda nel giorno in cui gli avevano comunicato di non servire più perché la sua cooperativa, installatrice di spillatori per birra, aveva perso l’ultimo committente passato a un unico appalto con il gruppo Coca Cola. Il superministro Tremonti con il “decreto anticrisi” aveva promesso case e lavoro per tutti. Per raggiungere questo obiettivo molti gli avevano perdonato lo smantellamento delle risorse destinate a settori strategici come la scuola e la ricerca e l’introduzione dello scudo fiscale per il rientro di capitali dall’estero. Le promesse non sono state mantenute e lui resta imperturbabile ed arrogante incollato alla poltrona di ministro senza che nessuno chieda la sua testa. Pensavamo fosse il dottore (magari maldestro o inadeguato), invece è la malattia. Nessun ammortizzatore sociale, nessun sostegno al reddito. Inutile farsi illusioni, alla fine siamo sempre noi, i pessimisti, i disfattisti a pagare gli effetti della crisi; mentre loro, i saccheggiatori, i padroni, i capitani “coraggiosi”, gli evasori restano degli inguaribili ottimisti e se la ridono alla faccia di chi fatica ad arrivare alla fine del mese, dei terremotati e dei morti.

Emanuele Bellato

domenica 14 febbraio 2010

PAR CONDICIO: FINE DELLE TRASMISSIONI

Parto da uno dei commenti al mio ultimo articolo pubblicato ne Il Popolo Veneto. Dicevo: “Abbiamo la libertà di scrivere e pensare”… un lettore sottolineava: “E’ vero. Ma fino a quando? Ormai sono pochi i giornalisti liberi in circolazione”. Vero. Uno di questi secondo me, è Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò, che questa sera è stato ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa.
Tema discusso: la par condicio. Se ne discute e si dibatterà fino all’infinito, soprattutto alla luce della presa di posizione della commissione di Vigilanza Rai.
L’organo di “controllo” (chi lo controlla? La politica) ha stabilito che, nell’ultimo mese di campagna elettorale per le elezioni regionali (28 e 29 marzo), non dovranno andare in onda talk show politici in nome appunto della par condicio. La norma è passata con i voti del centrodestra e del relatore, il radicale Marco Beltrandi, e con la decisa opposizione del Partito democratico, che ha abbandonato i lavori. La possibilità che Annozero, Porta a Porta, In mezz’ora e Ballarò saltino, ha fatto scattare la discussione e le prese di posizione.
Giovanni Floris in questi giorni ha detto che: “ci troviamo davanti all’ingordigia della politica che si mangia l’editore, l’azienda, i conduttori, i giornalisti e anche gli ospiti. Oltre, naturalmente, ai telespettatori che pagano il canone”. E ancora: “La par condicio è una legge che tenta di mettere la toppa ad un buco, ossia lo strapotere mediatico di una persona. Non so se verrà modificata, potrebbe essere percepito come un gesto di arroganza politica e risultare controproducente. Ma, ribadisco, il problema non è la par condicio, ma l’anomalia del sistema italiano”. Cosa prevede il sistema italiano? Beh, lo stesso Floris a dirlo: “esistono programmi appositi che assicurano spazi alle parti politiche”. Giusto. Ma la verità del sistema italiano è che: “le forze politiche vogliono di più e pretendono di occupare trasmissioni di successo sperando che il pubblico resti incollato alla fascia oraria, a prescindere da quello che va in onda. Non credo sia il ruolo dei parlamentari quello di disegnare i palinsesti, fare gli inviti per il martedì sera, selezionare gli argomenti da trattare: i parlamentari hanno compiti ben più alti e importanti. Non è d'altronde compito di un giornalista parlare di argomenti stabiliti a prescindere, con interlocutori decisi da altri. Non credo infine sia l'aspirazione del pubblico Rai quella di scoprire (al posto della trasmissione che ama) un susseguirsi di dichiarazioni di candidati alle Regionali”.
Parole condivisibili e dette da una persona che ha serenamente detto che se verrà messo da parte per un mese partirà per una settimana bianca con famiglia.
Diciamo la verità: vogliono zittire alcuni (Floris e Santoro) e per farlo estendono il provvedimento ai programmi sopra citati (Porta a Porta di Vespa).
Pensate che due terzi del palinsesto di Raitre rischiano la cancellazione per quello che sembra un vero e proprio suicidio commerciale, visti gli ascolti che Santoro, Vespa e Floris portano ogni settimana ai vertici di viale Mazzini. E, considerando che difficilmente il Garante potrà imporre le stesse imposizioni per Matrix e gli altri approfondimenti Mediaset, l’assist è servito.
E poi mi è piaciuto il passaggio sulla libertà: “In Italia si sta insediando un concetto di libertà per cui la libertà è fare quello che è vietato o vietare quello che fanno gli altri. Per come la vedo io la libertà è sempre aggiungere qualcosa, fare qualcosa che gli altri non si aspettano. Un Paese deve sempre aumentare l’offerta, la gente deve essere indecisa su cosa guardare in televisione. Non va bene che scompaia qualcosa e appaia quello che piace al parlamentare.”
Aggiungo io la gente deve sapere che la libertà è possibile in democrazia e non certo quando chi ci governa si comporta da “Deus ex machina” che su questioni intricate e complesse ha la verità assoluta. Che piaccia o no, in democrazia non è accettabile, zittire, impedire di dire, pensare, scrivere, cancellare o spostare a piacimento,utilizzare il servizio pubblico. Che piaccia o no, il conflitto di interessi è una questione da risolvere una volta per tutte. Che piaccia o no, occorre dire che chi vuole mettere bavagli all’informazione pubblica non l’avrà vinta facilmente finché ci sono uomini e giornalisti come il signor Giovanni Floris.

Ivano Maddalena

sabato 13 febbraio 2010

CONSIGLI LIBRARI N.2

L’altra verità. Diario di una diversa
Merini Alda
€ 8,40
2007, 158 p., brossura
BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (collana Scrittori contemporanei)

Un alternarsi di orrore e solitudine, di incapacità di comprendere e di essere compresi, in una narrazione che nonostante tutto è un inno alla vita e alla forza del “sentire”. Alda Merini ripercorre il suo ricovero decennale in manicomio: il racconto della vita nella clinica psichiatrica, tra elettroshock e autentiche torture, libera lo sguardo della poetessa su questo inferno, come un’onda che alterna la lucidità all'incanto. Un diario senza traccia di sentimentalismo o di facili condanne, in cui emerge lo “sperimento”, ma anche la sicurezza di sé e delle proprie emozioni in una sorta di innocenza primaria che tutto osserva e trasforma, senza mai disconoscere la malattia, o la fatica del non sentire i ritmi e i bisogni altrui, in una riflessione che si fa poesia, negli interrogativi e nei dubbi che divengono rime a lacerare il torpore, l’abitudine, l’indifferenza e la paura del mondo che c’è “fuori”.


Potere assoluto. La protezione civile al tempo di Bertolaso
Bonaccorsi Manuele
€ 12,00
2009, 127 p., brossura
Edizioni Alegre (collana Tempi moderni)

Come opera davvero la Protezione civile, qual è la sua macchina amministrativa, chi sono i suoi uomini? E chi è Guido Bertolaso, come è diventato una sorta di “Re Sole” dell’intervento pubblico? Il Dipartimento diretto da Guido Bertolaso non si occupa soltanto di soccorsi in caso di calamità naturali ma decide la ricostruzione delle città disastrate, coordina gli appalti pubblici, amministra risorse finanziarie di proporzioni rilevanti. Gestisce grandi eventi, manifestazioni sportive, meeting religiosi. Utilizza l’emergenza per governare il territorio. Ma non fa prevenzione, come dimostra il caso de L’Aquila e quello di Messina. Il libro, tramite l’inchiesta giornalistica, descrive minuziosamente i poteri, assoluti, che il governo Berlusconi ha garantito alla Protezione civile. Dalla gestione dei terremoti ai Mondiali di nuoto, dalla Vuitton Cup ai rifiuti di Napoli. Fino a l’Aquila.

venerdì 12 febbraio 2010

BERTOLASO: VERITA', DUBBIO, MALIZIA

Ci sono momenti come questo in cui mi nasce spontaneo chiedermi: in che mondo vivo? In chi posso riporre la mia fiducia? Chi mi protegge (Protezione)? Chi bada a me (bisogno di sicurezza)? Due proverbi: “chi fa da sé, fa per tre” e “meglio soli che male accompagnati”. Qualcuno pensa proprio sia la via migliore ma… Ma nessuno si fa da sé, o basta a se steso e necessariamente abbiamo bisogno di non essere soli ma con gli altri, per gli altri, negli altri…Nessuno si riconosce da se, anche se spesso per definirci diciamo: “Io sono…” ma è altrettanto vero che la nostra identità e unicità è riconosciuta nell’incontro con l’altro che dice: “Tu sei”. Ma quante belle cose che riesco a sentire in questi giorni. Veramente vorrei sempre parlare di cose belle, notizie positive. E invece… diversi e svariati spunti per scrivere di “schifezze”. Mi viene quasi da dire che c’è l’imbarazzo della scelta ma è più forte di me dire “che tristezza, come siamo caduti in basso”. Parliamo un po’ di: Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile, riceve un avviso di garanzia, i carabinieri perquisiscono casa sua e arrestano altre tre persone per corruzione. Il numero degli indagati è considerevole. Ancora notizie su mazzette, appalti truccati, escort, favori, politica marcia…
Dico in tutta sincerità che è un uomo di cui mi son sempre fidato. Una persona per bene. Dice di voler rendere ragione di tutto e che qualcuno “dei suoi” l’ha tradito. “Sono forse io Guido?” sembra dire Silvio. No, Silvio no, lui salva “tutti i suoi”, anche il buon Guido.
Guido Bertolaso un uomo onesto (l’ha dimostrato anche ad Haiti dicendo la verità, seppur scomoda), ha rimesso il suo mandato, Berlusconi ha respinto le dimissioni di Bertolaso (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e lo ha subito difeso, con l’ausilio di Gianni Letta e Sandro Bondi : tutti insieme hanno detto che verrà proclamato ministro della Repubblica Italiana.
Verità? Staremo a vedere. E nel frattempo visto che anch’io sono alla ricerca della verità ci metto il dubbio, sull’onestà di Bertolaso, e anche la malizia sull’operato di Silvio e compagnia.
Il motivo della nomina potrebbe legittimamente essere una sorta di premio per l’uomo, facendo finta che l’istituzione di un nuovo ministero non comporti un sostanziale aumento della spesa pubblica. Uno in più o uno in meno… non fa differenza e poi se anche la Brambilla ha ricevuto il suo ministero… tanto più il “samaritano” Guido.
Dico io (e anche altri con me): il motivo della “promozione” di Guido stacanovista e non “fannullone” (vero Brunetta?) è alla luce del sole: da ministro, Bertolaso potrà usufruire del legittimo impedimento.
Staremo a vedere la nomina a ministro… Le dimissioni del buon Guido sono state già ben respinte. Atto dovuto… ma vuoi vedere che Berlusconi le accoglieva? No, anzi, diamo il via alla fase due.
Salvando Bertolaso salviamo Berlusconi, con il suo stesso metodo, ovvero se sei indagato, fai meglio a sottrarti alla giustizia, non perdiamo tempo ed evitiamo un processo.
Cosa devo pensare di fronte ad un uomo che addirittura onestamente si dimette per essere giudicato liberamente, e poi in chi dovrebbe accogliere le dimissioni si propone di prodigarsi per farlo diventare ministro.
Dove sta la verità? Io ho dei dubbi. A pensarci bene, un bel tentativo ancora una volta, di dimostrare da parte di chi ci governa di come sia facile attuare provvedimenti ad personam, disporre legittimi impedimenti, non solo, avere processi brevi, anzi farli saltare…
Verità, dubbio, malizia. Il fatto è che ci sentiamo sempre più soli, sempre più male accompagnati, sempre più insicuri e sempre meno protetti, sempre più difficile fidarci, sapere dove abita la verità, sempre più dubbiosi, sempre più maliziosi… contagiati da modelli che ci offrono pessimi esempi. Che tristezza! Per fortuna oggi c’è il sole…

Ivano Maddalena

giovedì 11 febbraio 2010

NUCLEARE: ZAIA BIFRONTE

L’era segnata dal potere assoluto di Galan è ormai giunta al capolinea, ma lascerà in eredità ai veneti le “scorie” delle sue ultime scelte scellerate, tra cui quella di aprire le porte al nucleare in Veneto. Il ministro Luca Zaia, probabile successore, scarta l’ipotesi nucleare perché il Veneto “ha già dato”, salvo poi votare per l’approvazione del decreto legislativo contenente i criteri per la localizzazione dei nuovi impianti che verranno realizzati a partire dal 2013.
Ormai si è superato il limite della decenza. Zaia, a Roma, vota a favore del nucleare e commenta come legittimo l’intervento del governo contro le leggi regionali di Puglia, Basilicata e Campania che hanno detto “No” alle centrali sul proprio territorio, e poi torna a casa e dice “No nel mio cortile”. Questo vuol dire prendere in giro i cittadini veneti.
Zaia con il suo voto, ha detto sì al nucleare e il suo finto no viene utilizzato esclusivamente per fini elettorali. Il testo del provvedimento approvato anche da Zaia prevede che nel caso in cui non si raggiunga la necessaria intesa con un ente locale, coinvolto per l’autorizzazione alla costruzione di una centrale, il governo adotterà un apposito decreto del presidente del Consiglio dei ministri sostitutivo dell’intesa. In parole povere: la centrale si farà comunque.
Bisognerebbe aprire un capitolo anche sulle parole “il Veneto ha già dato”, riferite probabilmente al rigassificatore di Porto Levante (Rovigo) e alla riconversione a carbone della centrale Enel di Polesine Camerini (Rovigo), che implicano scelte negative per il territorio, finora spacciate come grandi conquiste dall’attuale amministrazione di centrodestra.
Purtroppo per conoscere la collocazione delle aree individuate dal Governo per la costruzione delle centrali bisognerà attendere circa tre mesi. Siamo al nucleare ad orologeria. Giusto il tempo per saltare le elezioni regionali. Ecchecaso…

Italo Di Giacomo

COMUNICAZIONI

Cari lettori, il blog si arricchisce con l’iniziativa dei “Minipost” (copiata dal blog di Grillo) a lato in basso, dove segnaleremo eventi, presentazioni e spettacoli nella nostra regione. Sempre nella banda laterale abbiamo inserito due elementi per la traduzione dell’intero blog e di singoli testi in altre lingue. Dopo aver letto il post “La vita senza limiti” colgo l’occasione per segnalarvi l’iniziativa del Senatore Ignazio Marino “Per Eluana, per scegliere: Scriviamo al Presidente Fini” per accelerare il cammino della legge sul Testamento biologico. Tutte le informazioni sul sito: www.ignaziomarino.it/news.asp?id=609

mercoledì 10 febbraio 2010

LA VITA SENZA LIMITI

Ad un anno di distanza dalla morte di Eluana la sua storia continua a far discutere e a dividere. Ho trovato inopportune, crudeli ed impietose le parole del premier Silvio Berlusconi: “Rammarico e dolore per non aver potuto evitare la morte di Eluana” scritte in una lettera consegnata dal ministro Sacconi alle suore Misericordine della casa di cura “Beato Luigi Talamoni” di Lecco, dove Eluana Englaro è stata ricoverata per 14 anni dei 17 trascorsi in stato vegetativo. Berlusconi riapre la ferita e strumentalizza la fine di Eluana per una pura speculazione politica. Ritornano alla mente le dichiarazioni dei deputati piedillini invasati dal fanatismo religioso mentre gridavano all’assassinio ed erano impegnati in una corsa contro il tempo per approvare una legge “ad personam” (la sola fino ad oggi a non riguardare il Cavaliere) per espropriare Eluana del diritto a morire. Al contrario il padre Beppino non era mosso da furore ideologico e dimostrò sempre, in ogni occasione, grande rispetto per i medici, le suore, la politica e le istituzioni. La sua unica volontà di padre era quella di dare voce alla figlia, la persona e non il corpo in balia di mani altrui, ormai triste simulacro di vita. Le ragioni della sua battaglia per l’autodeterminazione del paziente sono spiegate nel libro “La vita senza limiti” (Rizzoli, 2009): “Si era messo in moto un meccanismo che ci avrebbe stritolato e il cui unico obiettivo, doveroso per loro sul piano etico, era quello di tenere in vita il paziente. O meglio, di non farlo morire. Come e a quale prezzo era un problema del tutto insignificante. Una questione che scottava e uno scontro di paradigmi: da un lato una certa cultura della vita che finisce per stravolgere profondamente il ruolo del medico chiamato a custodirla senza limiti; dall’altro la nostra cultura della libertà che poteva giungere consapevolmente all’affermazione più estrema, il diritto di lasciarsi morire, di disporre del proprio corpo e come logica conseguenza di impedire che altri possano impossessarsi dell’esistenza altrui”. Dal primo ricorso di Beppino Englaro al Tribunale di Lecco nel gennaio del 1993, ci vollero ben nove sentenze e un decreto per giungere alla sentenza (numero 21748 - 16 ottobre 2007) della Corte di Cassazione dove venivano stabiliti i criteri per rendere possibile la sospensione dell’idratazione e della nutrizione artificiale per un paziente in stato vegetativo permanente qualora la richiesta corrispondesse alla sua volontà pregressa. La Corte di Cassazione stabiliva: “La salute dell’individuo non può essere oggetto di imposizione autoritativo - coattiva […] deve escludersi che il diritto all’autodeterminazione del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene vita […] il diritto del singolo alla salute, come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo rispetto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali ella propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire”. La sentenza definitiva del Tribunale non bastò per mettere la parola fine alle diatribe ed anzi provocò uno scontro istituzionale senza precedenti. A questo bisogna aggiungere le reiterate intimidazioni del governo di centrodestra nei confronti dei genitori di Eluana e di tutte le strutture contattate per accoglierla. Lo Stato di diritto si trasformò in uno Stato etico con un potere smisurato di intromissione nelle vite private. Eluana, il “purosangue della libertà” è morta il 9 febbraio del 2009, ma è più corretto dire che se ne è andata molto tempo prima, in un freddo e lontano gennaio del 1992. Grazie ad Eluana e alla tenace battaglia del padre Beppino Englaro adesso abbiamo tutti maggiore consapevolezza sul tema della dignità del morire e sappiamo che il diritto alla vita per restare tale deve coniugarsi con il diritto alla libertà.

Paolo Sante

martedì 9 febbraio 2010

LA RIVOLUZIONE (TRADITA) DI BASAGLIA

Ho visto solo la seconda parte della miniserie televisiva ispirata alla vita dello psichiatra veneziano Franco Basaglia, trasmessa domenica e lunedì in prima serata da Raiuno, quanto basta però per formulare un giudizio ampliamente positivo. La fiction “C’era una volta la città dei matti” diretta dal regista Marco Turco con l’attore Fabrizio Gifuni nei panni di Basaglia ed un ricco cast di attori veneti ha conquistato il pubblico (ben 6 milioni di telespettatori) per l’umanità del messaggio del “liberatore” dei malati dalla schiavitù dei manicomi. I tempi erano diversi e bastava poco per finire ricoverati in quelli che erano veri e propri lager, ambienti violenti e repressivi dove la personalità veniva annullata. A distanza di 32 anni dall’introduzione della legge 180, di cui Basaglia fu promotore, possiamo dire che lo spirito della riforma è stato in gran parte tradito, con malati lasciati allo sbando o alle cure di famiglie impreparate nell’affrontare il disagio mentale, anche se non si possono negare migliorie nel trattamento dei disturbi psichiatrici da parte delle strutture competenti. Il clima bipartisan e del politicamente corretto ha tolto qualcosa alla figura di Basaglia, non viene quasi mai rimarcata la sua identità di uomo di sinistra. Commuovente il momento della realizzazione da parte dei pazienti dell’Ospedale San Giovanni di Trieste di “Marco Cavallo”, una scultura simbolo dell’antipsichiatria e della chiusura dei manicomi. Non si possono rimpiangere i tempi della segregazione della follia con le orrende pratiche dell’elettroshock e il sadismo di carcerieri senza scrupoli. Basaglia con la sua meravigliosa utopia egualitaria non produsse nuovi mostri ma mise tutti di fronte ad un’evidenza: “La follia è una condizione umana che in noi è presente come lo è la ragione”.

Italo Di Giacomo

lunedì 8 febbraio 2010

FORZA ITALIA O FORZA MAFIA?

“Forza Italia è nata grazie alla trattativa Stato Mafia”. Parole di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, tornato in aula per deporre al processo che vede imputati l’ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori e l’ex colonnello Mauro Obinu per aver protetto la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Ciancimino Jr ha riportato le confidenze del padre ed ha ricostruito, in particolare, il contenuto di un pizzino indirizzato dall’ingegner Lo Verde (alias Provenzano) a Dell’Utri e per conoscenza a Berlusconi, consegnato precedentemente ai magistrati di Palermo, e secondo il teste mancante della prima parte da lui custodita prima della perquisizione nella sua abitazione effettuata dai carabinieri nel 2005. In sostanza, nel pizzino risalente al 1994, il boss richiamava i vertici di Forza Italia a non dimenticarsi degli amici. In caso contrario preannunciava gravi azioni di ritorsione, tra cui il sequestro di uno dei figli del premier. Ciancimino Jr ha anche raccontato al pm Antonio Ingroia di aver ricevuto pressioni da parte dei Servizi segreti per non fare il nome del premier. I fatti risalgono al 2006 quando agli arresti domiciliari, perché indagato per riciclaggio, ricevette la visita di un misterioso agente accompagnato da due presunti sottoufficiali dell’Arma.
Se le accuse di Ciancimino verranno provate bisognerà riscrivere la recente storia d’Italia. Non è dato sapere cosa spinge il figlio di don Vito a fare queste dichiarazioni e dove inizia e dove finisce la sua verità, ma tra le tante ipotesi non si può escludere la volontà di un riscatto personale.

Emanuele Bellato

Puntate precedenti:

L’OMBRA DEL SOSPETTO

MADE IN MAFIOPOLI

domenica 7 febbraio 2010

GIOACCHINO GENCHI NEL VERONESE

La Casta esulta, finalmente Genchi ha fatto un passo falso. E’ successo al 1° congresso dell’Italia dei Valori quando ha definito l’aggressione a Berlusconi una farsa. Successivamente, in una nota, l’ex consulente informatico di diverse procure ha corretto il tiro, ponendo l’accento sulle mancanze della scorta. Troppo tardi, i politici e i giornali berlusconiani avevano già messo all’indice lo “spione”. Personalmente considero l’uscita di Genchi infelice, per la tesi sbarazzina non corroborata da prove, e per il contesto delle dichiarazioni, un congresso di partito. Tuttavia resta pur sempre legittima l’opinione di un ex poliziotto con esperienza decennale. Diverso approccio per il libro “Il caso Genchi” (Aliberti editore) scritto dal giornalista Edoardo Montolli. Nelle quasi 1000 pagine sono riportati fatti e circostanze in maniera precisa, documentata. Nomi, date e luoghi che svelano il perverso intreccio politico, economico e mafioso che come un cancro sta divorando inesorabilmente le fondamenta del nostro sistema democratico. A questo Genchi io credo.

Il moderatore

A seguire le date del tour veronese di presentazioni del libro “Il caso Genchi”

Verona, lunedì 8 febbraio 2010, ore 20,45
Lunedì 8 febbraio 2010, alle ore 20,45, a Verona, presso la Sala Civica "Lodi" di Via San Giovanni in Valle, Genchi parteciperà con Benny Calasanzio alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.

Peschiera del Garda (Verona), martedì 9 febbraio 2010, ore 18,00
Martedì 9 febbraio 2010, alle ore 18,00, a Peschiera del Garda (Verona), presso la Sala Civica "Lodi" in Piazza San Marco, Genchi parteciperà con Benny Calasanzio alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.

Villafranca di Verona (Verona), martedì 9 febbraio 2010, ore 21,00
Martedì 9 febbraio 2010, alle ore 21,00, a Villafranca di Verona (Verona), presso la Biblioteca comunale, Genchi parteciperà con Benny Calasanzio alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.

Nogara (Verona), mercoledì 10 febbraio 2010, ore 18,00
Mercoledì 10 febbraio 2010, alle ore 18,00, a Nogara (Verona), presso la Sala consiliare, in Via Falcone e Borsellino, Genchi parteciperà con Benny Calasanzio alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.

Isola della Scala (Verona), mercoledì 10 febbraio 2010, ore 21,00
Mercoledì 10 febbraio 2010, alle ore 21,00, a Isola della Scala (Verona), presso la Sala civica di Corso Cavour, Genchi parteciperà con Benny Calasanzio alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.

sabato 6 febbraio 2010

PERMESSO DI SOGGIORNO A PUNTI

“Bisogna ripartire dal cuore del problema! Dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e aiutare, in particolare nel lavoro dove è più facile lo sfruttamento”. (Benedetto XVI, Angelus del 10 gennaio 2010). Fin qui l’uomo di Chiesa, di cui condivido il discorso pieno di umanità e lo sento come un monito e una preoccupazione per ciò che nasce nell’orizzonte politico italiano. Non come un’ingerenza della Chiesa nello Stato laico. Veniamo all’uomo politico. A colui che pensa e opera per il bene comune. Politici! Noi li abbiamo votati, eletti, deputati a rappresentarci. Prendiamo le fresche affermazioni di due ministri, sul tema del “permesso di soggiorno a punti”, quello dell’Interno Maroni e quello del Welfare Sacconi,: “Accordo di integrazione”. In spiccioli che cosa prevede: due anni per imparare la lingua italiana, conoscere la Costituzione, far studiare i figli, mettersi in regola col fisco. E in più ottenere un lavoro in regola e avere un contratto d’affitto regolare. Dopo aver fatto tutto ciò si otterrà un punteggio di 30 punti, chi non totalizzerà tale punteggio verrà espulso dal territorio. Passati i 3 anni, secondo i ministri Maroni e Sacconi risulterebbe evidente che “l’immigrato” non si vuole integrare e quindi scatterebbe l’espulsione. Il sistema ovviamente prevede anche punti in meno per chi si rende colpevole di reati. Giusto, chi bara, chi delinque, deve pagare! Via i punti come sulla patente.
“E’ la legge sulla sicurezza - ha detto il ministro degli Interni, Roberto Maroni - che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di due anni. E saranno gli Sportelli unici per l’immigrazione a valutare l’immigrato. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l’espulsione”.
Niente da dire… Grande serietà direi! Signori sono super ironico, ma anche super preoccupato. Dove andremo a finire?
Questa norma, contenuta nel già famigerato “pacchetto sicurezza”, sarà in vigore fra qualche giorno e comprenderà anche l’eventualità del ritiro e del rinnovo del permesso di soggiorno. Una norma ancora una volta discriminatoria e xenofoba, orientata a non riconoscere i diritti del migrante. Il migrante vuole la “cittadinanza”? Bene, rendiamo il “gioco” duro, di fatto quasi impossibile da ottenere. Cosa c’è di più bello di una gara a punti? Se ce la fai ok, altrimenti sei fuori gioco. Via!Si parla di necessità di integrare, ma di fatto è il tentativo subdolo di rendere schiavi uomini e donne in modo legale, o di trovare la “scusa”: game over, mi dispiace, torni a casa tua, ti ci riportiamo. Espulsione. Basta pensare alle vicende di Rosarno e non solo. Conoscere una lingua, i principi costituzionali, avere un regolare contratto di lavoro e un alloggio dignitoso e anche questo ottenuto tramite stipula di contratto con valore legale, sono elementi che dovrebbero essere dei diritti garantiti a tutti e a tutte, italiani e stranieri. Dico italiani perché ci sono italiani stranieri in casa loro. Non è una battuta. Dove sta di casa la civiltà dello Stato Italiano? Che fine ha fatto l’eguaglianza, che rende uomini e donne tutti cittadini in grado di poter realmente far parte di una società? Ma il migrante, lo straniero è, per chi ci governa, non un uomo, ma un estraneo su cui legiferare senza alcun principio di realtà, solo e soltanto in nome della possibilità di raggranellare qualche voto in più in vista delle prossime competizioni elettorali, oggetti ottimi per fare demagogia e per drogare ancora di più la coscienza comune. Dunque l’idea del “permesso di soggiorno a punti”, introdotta con la legge 94 comincerà ad essere applicata in periodo carnevalesco. Non è uno scherzo. Si tratta di uno “strumento”, difficile da attuare, che finirà per aumentare le condizioni di precarietà e di clandestinità. Mi risulta assi grave, trasformare i diritti in doveri, in obblighi. Resti se vinci la gara. Al migrante si dice che deve, per avere il permesso di soggiorno, stipulare un “accordo di integrazione”. Si impegnerà di fatto, entro due anni al conseguimento di una serie di obbiettivi che risultano di difficile acquisizione. Non si favorisce, ma si rende difficile la “gara”. Molti migranti, di fronte a tale provvedimento si sentono già “legittimamente impediti”.

Ivano Maddalena