Genchi è stato assolto. L’ex vicequestore, già consulente di molte procure italiane, nonché accreditato della scomoda patente di “scandalo più grande d’Italia” non ha commesso nessun abuso nell’esercizio della funzione. Se la mostrificazione mediatica subita dal personaggio in oggetto fosse stata consequenziale con le presunte condotte criminogene compiute da Genchi, quest’ultimo avrebbe meritato come minimo una condanna a 10 ergastoli con isolamento diurno perpetuo. Chi di voi non ricorda infatti le feroci campagne mediatiche che hanno contraddistinto la scientifica demolizione di una figura, umana e professionale, colpevole di avere toccato i fili dell’alta tensione? Fiumi di inchiostro, dalle Alpi alla Sicilia, sono stati sprecati per dipingere una realtà metafisica e fantasiosa che esisteva soltanto nella mente maliziosa degli interessati scriventi. La colpa imperdonabile dello “spione” per eccellenza, secondo il tribunale di Roma che ne ha accertato la correttezza, è stata quella di avere semplicemente svolto il suo lavoro. Ma nessuno, in un Paese come il nostro, può permettersi il lusso di ignorare le regole non scritte che governano in concreto i rapporti di forza. Equilibri sottili e non codificati, capaci però di imporsi con la violenza derivante anche dalla soggezione che i manovratori riescono ad incutere. I giornali, lesti nel condannarlo preventivamente, oggi tacciono. I più si limitano al massimo a riportare la fredda cronaca dell’avvenuta assoluzione. Nessuno intende interrogarsi sull’errore compiuto. Forse perché, agli occhi di chi si è accanito contro quest’uomo con tanta pervicacia, nessun errore è stato commesso. I suoi aggressori, infatti, l’obiettivo lo hanno raggiunto “a prescindere” direbbe Totò. La calunnia è un venticello capace di divenire uragano e a furia di parlare male, spiegava uno che di comunicazione se ne intendeva, qualcosa resta sempre. La delegittimazione costante e a reti unificate produce conseguenza devastanti che nessuna sentenza nel merito capace di ristabilire la verità della cose può lenire. Oggi Genchi non è più poliziotto. E’ stato cacciato come un bandito sulla base di una interpretazione molto restrittiva della libertà di manifestazione del pensiero. Pensare è una colpa, questa sì non giustificabile e non meritevole di alcuna attenuante. Mi piacerebbe sentire il solito coro di “garantisti” a senso unico condannare la vile tendenza italica alla condanna preventiva. Dubito che qualcuno troverà il coraggio per farlo. In compenso Genchi per strada ha perso pure il “conforto morale” del europarlamentare Luigi de Magistris, pm titolare di quelle inchieste che si avvalsero della consulenza di Genchi. Ma in fin dei conti neppure questo è un dato che stupisce. In ogni persecuzione che si rispetti non può mai mancare la figura di chi, forse per un malinteso senso dell’opportunità, trova improvvisamente più comodo prendere le distanze. Nulla di nuovo sotto il sole. Francesco Toscano


























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