Appena insediatosi, il governo Berlusconi dovette affrontare subito una bella grana. Era da tempo prevista una riunione del G8 (il forum costituito dai Paesi più industrializzati) a Genova per il mese di luglio 2001. La tensione era alta perché in passato simili incontri, a Davos come a Goteborg, erano stati caratterizzati da violenti scontri di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine. In occasione delle periodiche riunioni, i movimenti denominati genericamente “No Global” erano soliti palesare le loro proteste contro le politiche neoliberiste e di sfruttamento perpetuate da un gruppo ristretto di capi di governo che imponevano a tutti le loro determinazioni grazie alla supremazia economico-militare di cui potevano disporre. Oggetto delle proteste erano anche e soprattutto alcune organizzazioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.) e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (W.T.O.), individuate come le principali forze operative a servizio dei potenti, indispensabili per l’attuazione pratica delle scelte di indirizzo dei grandi della terra che, dal loro punto di vista, affamavano il sud del mondo. Tesi peraltro sostenute anche da illustri economisti come il premio Nobel Joseph Stiglitz nel suo “La globalizzazione e i suoi oppositori”. Il movimento si fa conoscere a Seattle, il 30 Novembre del 1999, durante un incontro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e da allora diventerà una costante.Il Governo di centrodestra appena insediatosi criticò la scelta, fatta dal precedente governo, di Genova come sede ospitante perché ritenuta una città molto complicata da tenere sotto controllo. I fatti successivi proveranno che le paure erano più che fondate. Anche se il premier, a dire il vero, sembrava più attento ad aspetti ornamentali come, ad esempio, impedire che i genovesi avessero l’ardire di stendere dalle finestre mutande e calzini durante il vertice. Da giovedì 19 luglio 2001 a domenica 22 luglio Genova conoscerà tre giorni di guerriglia urbana. I fatti saranno così drammatici da superare di gran lunga le previsioni più catastrofiche. Alla manifestazione aderirono oltre 700 gruppi di diverse nazionalità, da Attac a Lilliput ai Movimenti Cristiani per la Pace, tutti affluenti nel Genoa Social Forum, i cui portavoce, Agnoletto e Casarini, chiesero senza successo l’annullamento dell’evento. La responsabilità delle devastazioni e degli scontri di piazza è principalmente attribuita ai cosiddetti “black bloc”, gruppi di teppisti di estrazione anarchica e anticapitalista la cui caratteristica distintiva è quella di indossare vestiti e maschere nere. Gruppi dediti al vandalismo e capaci di colpire per poi mimetizzarsi tra la folla composta in gran parte da pacifici dimostranti. Sulla reale provenienza e composizione dei famigerati “black bloc” si è molto discusso negli anni successivi al G8 di Genova e si sono alimentate le ipotesi più disparate, alcune delle quali tenderebbero a sostenere la tesi secondo cui all’interno dei “black bloc” operanti a Genova erano presenti agenti provocatori appartenenti alle stesse forze dell’ordine. Nel suo libro “Non Lavate Questo Sangue”, Concita De Gregorio riporta alcune testimonianze oculari, tra le quali quella del parroco Don Vitaliano della Sala, che affermano di avere notato agenti e tute nere discutere amichevolmente. Alcuni segnalarono inoltre atteggiamenti di sostanziale indifferenza degli agenti di fronte alle “gesta belliche” dei black bloc. Il 19 luglio 2001 l’allora presidente della provincia di Genova, Marta Vincenzi, aveva sollecitato inutilmente un intervento delle forze dell’ordine a Quarto, dove stazionava da giorni un gruppo di black bloc che si era già abbondantemente fatto riconoscere. La polizia liquidò tutto come calunnie. Venerdì 20 luglio, in piazza Alimonda, muore Carlo Giuliani, 23 anni, colpito a morte da un proiettile partito dalla pistola d’ordinanza di un giovane militare di leva calabrese, Mario Placanica, 20 anni. Placanica verrà scagionato dalle accuse perché gli verrà riconosciuta la scriminante dell’uso legittimo delle armi. Al momento dello sparo la vettura nella quale si trovavano Placanica e i suoi colleghi era accerchiata e aggredita da un gruppetto di manifestanti. Carlo Giuliani, aveva il volto coperto da un passamontagna e un estintore in mano. Il giorno seguente le manifestazioni proseguirono in un clima molto teso. Il sipario non era ancora calato e l’ “Assurdo” doveva ancora entrare in scena. L’ “Assurdo” si sarebbe materializzato nella notte tra sabato 20 e domenica 21 nella scuola Diaz. La scuola Diaz era stata offerta come dormitorio dal comune al Gsf. Diventerà teatro di inaudita e gratuita ferocia. Una mattanza che per miracolo non provocherà morti ma farà moltissimi feriti. Alcuni dei quali, molto gravi, rimarranno per giorni in prognosi riservata. Nella notte tra sabato e domenica 200 agenti a volto coperto fecero irruzione nella scuola. Perquisizioni. Non avevano un mandato perché agivano in base alla norma che permette alla polizia di procedere d’urgenza alle perquisizioni in casi particolari e comunque al fine di accertare la presenza di armi ed esplosivi. I 93 manifestanti, ragazzi e ragazze, giornalisti ed attori di strada, presenti alla Diaz furono investiti da un’esplosione di scientifica violenza. I muri della Diaz si tingeranno di rosso. Teste spaccate, arti fratturati, denti saltati in aria, rabbia, amarezza frustrazione e senso di impotenza. Il primo a finire al pronto soccorso è Mark Covell, grafico di computer inglese. Cinque costole rotte. Lo hanno preso a calci come un pallone fino a farlo svenire. Tra i malcapitati è presente pure Lorenzo Guadagnucci, giornalista del QN, che sull’episodio scriverà un libro “Noi della Diaz”. La brillante operazione è finalmente conclusa: 93 arrestati su 96 presenti, nessuno dei quali in sede processuale verrà ritenuto organico al cosiddetto “blocco nero”. Il successivo intervento dell’autorità giudiziaria ne rimetterà in libertà 90. Durante la conferenza stampa, i rappresentanti della polizia spiegheranno di essere intervenuti perché avevano avuto segnalazioni circa la presenza di esplosivi ed armi all’interno della scuola Diaz. Mostreranno inoltre quello che avevano trovato: tute nere neppure sgualcite, piccozze, martelli, tubi di alluminio ecc. ecc... Un giornalista chiese se per caso non fossero attrezzi da lavoro visto che era aperto un cantiere alla scuola Diaz. Nessuna risposta. Ma il pezzo forte era la presenza delle molotov. Gli esplosivi infatti c’erano, solo che li avevano portati loro. Mark Covell, l’inglese massacrato nella scuola Diaz, riuscirà a ricostruire, tramite foto e filmati, con dovizie di particolari l’ingresso delle molotov, la regina delle prove false, alla Diaz. E’ un tale agente Bugio, condannato in seguito a 2 anni e 6 mesi, che porta materialmente le molotov. In seguito le molotov spariranno misteriosamente dal deposito nel quale erano state collocate. D’incanto erano apparse, d’incanto spariranno. Ma non è tutto. Tutti gli arrestati della Diaz furono portati in una caserma fuori città vicino ai boschi di Bolzaneto dove furono umiliati e torturati con freddo sadismo. No, non stiamo parlando della Buchenwald del 1944 ma di Genova, Italia, 2001. A sette anni di distanza un tribunale della Repubblica riconoscerà gli orrori di Bolzaneto ma poiché il nostro ordinamento non prevede il reato di tortura le richieste dell’accusa non possono essere integralmente soddisfatte. Su 44 richieste di condanna dei Pm solo 14 saranno accolte, ma tra prescrizioni e indulto nessuno finirà in galera. Assolto l’attuale generale della polizia penitenziaria Doria, all’epoca dei fatti colonnello, per il quale la procura aveva chiesto una condanna a 3 anni e mezzo. Il 13 novembre del 2008 è il giorno della sentenza per i fatti della Diaz. Un processo difficile. Il Pm Zucca dirà: “difficile indagare sulla polizia a causa della loro assoluta omertà. Assolti i vertici della polizia Luperi, capo del dipartimento di analisi dell’Aise (all’epoca dei fatti vicedirettore dell’Uigos), Gratteri capo dell’anticrimine (all’epoca dei fatti direttore dello Sco) e Calderozzi capo dello Sco. La totalità dei condannati riguarda componenti del settimo nucleo mobile di Roma a cominciare dal suo capo Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni e dal suo vice Angelo Fournier, due anni. Quest’ultimo ebbe modo di definire l’operazione “una macelleria messicana” nel corso di una deposizione. Per la tragicomica vicenda delle molotov sono stati invece condannati Pietro Troiani, tre anni,e Michele Bugio, 2 anni e 6 mesi. Insomma la sentenza colpisce soltanto la bassa manovalanza e permette a tutti di dormire sonni tranquilli. Per nessuno si apriranno le porte del carcere. Alla lettura della sentenza dai settori del pubblico che affollava l’aula si alza un grido: Vergogna!
Francesco Toscano


























0 commenti:
Posta un commento