lunedì 25 giugno 2012

Crisi e chiusura all'ippodromo Le Padovanelle

Riceviamo dallla LAV di Padova e pubblichiamo:

Il cavallo: magnifico animale tanto caro all’uomo, fin dai tempi più remoti. Utile come strumento bellico, mezzo di trasporto, fonte di cibo, strumento di divertimento per passeggiate bucoliche del fine settimana, attrazione nei palii, nelle rievocazioni storiche piuttosto che nei circhi; utile per la pet-therapy e persino per la vivisezione, anche in Italia; utile come fonte di guadagno nel corso di scommesse ippiche, legali e non, ed, infine, come fonte proteica tanto decantata dai degustatori di carni dal sapore deciso.

Nel mondo dell’ippica, in particolare, il cavallo è costretto a diventare un atleta a tutti gli effetti; con la differenza che, al contrario di quelli umani, lui non ha scelto di esserlo. Qualcun altro ha deciso per lui, condannandolo, fin da puledro, ad una vita all’insegna della doma, del duro addestramento quotidiano e della somministrazione farmacologica, più o meno lecita, per fare di lui un campione, e quindi una sicura fonte di guadagno per chi ne gestisce le sorti. Sessioni estenuanti di esercizi sotto la minaccia del frustino, sfruttando l’effetto dell’antico sistema educativo coercitivo del premio/punizione. Metodi che si avvicinano, a volte superandolo palesemente, il confine con il maltrattamento. E la cosiddetta “doma naturale”, contrariamente a quanto affermano i suoi sostenitori, si basa anch’essa sul rapporto impari di dominanza dell’Uomo sull’(altro) animale. Un rapporto utilitaristico e all’insegna della mercificazione, non rispettoso delle vere esigenze etologiche del cavallo, cui nulla importa delle questioni umane e della loro fame di guadagno. Gli si chiede una prestazione ottimale, come ad una macchina qualsiasi, ignorando che si tratta di un essere vivente senziente. E se non dà quello che gli si chiede, si cambia. Il40% circa dei puledri avviati all’ippica rimane irrimediabilmente danneggiato durante la fase di training nell'età compresa tra i diciotto mesi e i due anni, mentre un altro 25-30% si perde durante la stagione di corse tra i due e i tre anni. I soggetti scartati, se sono “riutilizzabili”, finiscono nei maneggi di piccoli centri o nelle piazze di molti comuni dove si svolgono anacronistici palii, magari su strade asfaltate e senza controlli ufficiali. Oppure vengono impiegati da organizzazioni criminali che li usano nelle corse clandestine, vera piaga sociale in continuo aumento e attualmente fonte di maggior reddito per la zoomafia, con un indotto annuo pari a 1 miliardo di euro, come denunciato dall’Osservatorio Zoomafia della LAV.
E i cavalli-atleta, invece? Dopo una fugace carriera agonistica, ormai “vecchi”, vengono usati per correre gare di livello più basso, per poi, infine, essere anche loro sfruttati nei maneggi più che si può oppure diventare riproduttori. Il suo valore di mercato cala sempre di più fino a quando diventa, a metà dei suoi potenziali anni di vita (20 anni, contro i 40 a cui potrebbe arrivare in libertà), solo un animale da macello. Eh sì, perché il cavallo, tanto caro agli “amanti dei cavalli” non è ancora considerato dalla nostra legislazione un animale d’affezione, ma da reddito; e quindi macellabile.

Uno scenario che lascia poco spazio alle idilliache descrizioni fornite da chi dell’ippica ha fatto un mestiere e cerca di impietosire l’opinione pubblica con allarmanti appelli di imminenti chiusure di ippodromi. Una vera e propria operazione di strumentalizzazione, come sta accadendo per l’Ippodromo “Le Padovanelle” a Ponte di Brenta, attualmente in balia di una confusione gestionale senza precedenti. Con anche qualche palese, sottile minaccia, di rischio di morte per disidratazione dei 50 cavalli attualmente ancora detenuti all’interno della struttura, considerando che Grassetto ha comunicato ai “proprietari” dei malcapitati equidi che a fine mese interromperà l’erogazione delle utenze, acqua compresa.

Ricordiamo, per memoria storica, che proprio il tanto decantato ippodromo patavino, che in molti si ostinano a difendere per impedirne la definitiva chiusura, nonostante un’inesorabile e auspicata (da parte nostra) agonia di tutto il settore ippico, è stato al centro di indagini per corse truccate, che nel 2006 hanno portato ad un arresto con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato e degli scommettitori, come riportato nel “Rapporto Zoomafia2007” della LAV.

Alle Padovanelle, ma non solo, lamentano un calo drastico dei finanziamenti come causa della loro crisi. Colpa dello Stato, che ha ridotto del 40% gli stanziamenti previsti per l’anno in corso, accusano. Non dicendo che, però, il settore incasserà comunque ben 235 milioni (!) di euro. Una cifra che, in questo momento di crisi, fa rabbrividire, se consideriamo che si tratta di denaro pubblico investito per un’attività economica fallimentare ormai già da tempo e la cui causa (o merito, per noi) è da ricercare in realtà nel drastico calo delle scommesse ippiche, attualmente “solo” l’1,7% del totale.

Ma questi discorsi economici sono di poco conto e interessano solo chi sfrutta i cavalli. La vita non ha prezzo. E il punto fondamentale deve essere un altro: quale sorte attende questi poveri cavalli? I proprietari per quanto ancora saranno disposti a sborsare per mantenere atleti che non possono più correre (almeno lì) e fruttare? Saranno venduti per essere sfruttati in altri ippodromi o nei maneggi? Oppure avviati al fiorente mercato delle corse clandestine? O ringraziati per i loro servigi, avviandoli al macello? In ogni caso, non sarà difficile disporne a proprio piacimento, vista l’attuale lacunosa tracciabilità prevista per gli equidi.


Helga Vincenti
Responsabile STP LAV Padova

Sede locale: Via Savonarola 117 - 35137 Padova
E-mail: lav.padova@lav.it

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