mercoledì 29 febbraio 2012

Il lavoro nel mirino. Analisi di Michael Hudson

Nel pezzo di ieri, sulla grande mistificazione che ruota intorno al concetto di debito pubblico, ho riportato un’analisi della prestigiosa economista Stephanie Kelton che partiva da un concetto di fondamentale importanza, quello di moneta sovrana, sul quale vale la pena di tornare brevemente. L’euro, a differenza delle vecchie valute nazionali come la lira o il marco tedesco, non è una moneta sovrana. Cioè non è proprietà di nessuno dei 17 singoli Stati che fanno parte dell’unione monetaria, i quali non hanno perciò alcuna possibilità di autodeterminarsi rispetto alle fondamentali scelte di politica monetaria. Il ruolo delle banche centrali è per definizione quello di garantire qualsiasi debito. Per usare una felice espressione di Wynne Godley lo spettro del default dei governi dipende dal fatto che nessun Paese dell’area euro può più onorare qualsiasi deficit semplicemente «facendosi staccare un assegno dalla propria banca centrale». La Bce non è, a differenza della Fed statunitense o della banca centrale inglese o giapponese, prestatrice di ultima istanza, occupandosi perlopiù ossessivamente soltanto del controllo dell’inflazione. Questa palese incongruenza è alla base della fortissima speculazione finanziaria che colpisce Paesi nel mirino, oggi la Grecia domani il Portogallo e l’Italia. Senza più l’ombrello di un prestatore di ultima istanza gli Stati dell’area euro, per finanziarsi, devono ricorrere al mercato privato, sottostando perciò ai ricatti imposti da usurai che hanno il potere di strozzare nazioni intere al fine garantirsi interessi sempre più alti. Il Giappone ha un debito pubblico quasi doppio rispetto alla Grecia, ma nessuna catastrofe sta scuotendo il Paese del sol levante perché lo Yen è una moneta sovrana. Siccome è difficile credere che chi ha lavorato per la realizzazione di questa costruzione europea si sia lasciato sfuggire questo problema grande come un macigno, non pare peregrina l’ipotesi che individua in tale dimenticanza una prova del chiaro intento da parte dei manovratori di mandare in crisi gli Stati democratici esponendoli al continuo ricatto della speculazione finanziaria privata. Ma su questi aspetti, credo che il compito di trasformare i sospetti in prove verrà brillantemente assolto dal libro di imminente uscita “Massoni”, edito da Chiarelettere e opera di Gioele Magaldi. Secondo l’economista Michael Hudson, tra i protagonisti dell’incontro sulla MMT svoltosi a Rimini, la socialdemocrazia europea porta colpe pesantissime rispetto ai disastri che stanno scuotendo nazioni mediterranee come la Grecia, ma anche Paesi nordici come l’Islanda o dell’est come la Lettonia. “Se nel dopoguerra aveste intuito tutte le scoperte tecnologiche future”, osserva il professor Hudson (nella foto), “avreste certamente immaginato un futuro roseo per l’umanità. Perché questo non è accaduto? Come mai ad un aumento esponenziale della produttività non è corrisposto un miglioramento generale delle condizioni di vita della gente? Oggi lavorate di più e vivete peggio perché lavorate per pagare il debito, cioè i banchieri. Questo è il cuore della trasformazione del capitalismo produttivo in capitalismo finanziario. La produttività per questo motivo non ha permesso migliori condizioni di vita, mentre il sistema incoraggia contestualmente l’aumento di una disoccupazione pensata per schiacciare e impaurire i lavoratori, costringendoli così ad accettare via via condizioni lavorative sempre peggiori. Questo risultato indegno è stato ottenuto anche con le imposte che colpiscono principalmente il lavoro. I lavoratori con le loro tasse finanziano senza saperlo una guerra di classe contro loro stessi. Nessun patto si definisce antilavoratori, ma lo sono tutti nei fatti. Prendiamo il caso della Lettonia, emblematico della ferocia di quelle dottrine neoliberiste amate da Sarkozy e Merkel. In questo Paese baltico gli immobili sono tassati all’1% mentre il lavoro al 59% e i banchieri rappresentano una nuova aristocrazia neofeudale. Un terzo della popolazione lettone è emigrata, la speranza di vita si è abbassata e sono crollati pure i matrimoni. Bel risultato, non c’è che dire. In Islanda è successo qualcosa di simile. L’Islanda è un vero inferno per i lavoratori e quello è il modello pronto per voi. La socialdemocrazia islandese, schiava delle banche, ha permesso che venisse vessato il suo popolo. Molte socialdemocrazie europee si sono vendute al capitalismo finanziario e per questo anche loro oggi chiedono austerità , rigore e precarietà. Una fiscalità pensata per attuare un’idea di giustizia sociale non tassa il lavoro ma semmai gli immobili”.

Francesco Toscano

ln nome della Democrazia

Ultimamente, in Italia, si parla spesso di giovani. Monti elogia ed incontra i giovani, il “sacro cuore” della ministra piangente Fornero probabilmente “sanguina” pensando alla questione giovanile. Eppure nulla cambia. Anzi si infittisce l’esercito dei giovani precari mentre si cancellano le conquiste del lavoro dei nostri padri. Cose risapute, quasi accettate con rassegnazione da gran parte della popolazione. Ma i padroni non si accontentano, vogliono umiliarci, dopo aver praticamente escluso la Fiom dalle fabbriche della Fiat, ora smantellano le bacheche de l’Unità negli stabilimenti Magneti Marelli di Bologna e Bari. Non si vogliono più dei lavoratori pensanti, ma degli schiavi da sfruttare e gettare quando non servono più. Fuori dai cancelli delle fabbriche non sono finiti solo un sindacato e un giornale, con storie gloriose, ma l’umanità. Una cosa però è certa: questo capitalismo agonizzante è ormai alle corde. Siamo di fronte ad una crisi di sistema dove a pagare sono sempre i più deboli. Infatti resta un tabù parlare dei disoccupati, quasi fossero dei parassiti sociali, come quelli rappresentati da un noto spot televisivo contro l’evasione fiscale. Essere senza lavoro per molti diventa una colpa, un marchio d’infamia, una vergogna da nascondere. C’è chi perde la speranza e qualcuno, purtroppo, anche la vita. Ma non disturbiamo i potenti, “sempre allegri bisogna stare”. C’è un vuoto che nessuno sa o vuole colmare. Mancano punti di riferimento politici. Non basta più nemmeno indignarsi. E allora cosa fare? Una lezione ce la sta dando il popolo greco: riscoprire il concetto di Democrazia. Unire le tante solitudini, spegnere i computer e scendere nelle piazze. Lottare contro i nuovi fascismi rappresentati dalle banche, dalle multinazionali, dai tecnocrati. Gli esempi positivi non mancano, da Manolis Glezos, il partigiano che strappò la bandiera nazista dal Partenone al musicista Mikis Theodorakis, vecchi leoni della libertà ancora in prima linea. Dalla Grecia, culla della democrazia, dovrà risorgere la Democrazia! Giovani, dobbiamo riprendere in mano il nostro destino. Qui non si vuole fare apologia di violenza. La violenza, cinica e barbara, è quella delle banche, dei governi affamatori dei propri popoli. Il capitalismo è morto e continuano a gridare viva il capitalismo. Dobbiamo fermali, dirgli chiaramente: voi avete fallito ed adesso tocca a noi, come ha detto Camila Vallejo, giovane leader del movimento studentesco cileno, durante il suo tour europeo. Noi siamo il 99 per cento, gridano i giovani di Occupy Wall Street. “Giovani, incazzetevi” è anche l’appello di un prete di strada, Don Andrea Gallo, che nel suo libro “Non uccidete il futuro dei giovani” afferma: “Bussate e vi sarà aperto, ha promesso Gesù. Be’, ma se insistono a non volervi aprire allora buttate giù la porta”. Ed allora cosa aspettiamo, abbiamo anche la benedizione!

Teatro Impiria dalla Lessinia in "America"

Al Teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova si conclude la rassegna “Bosco Mille Stelle”

Si conclude venerdì con il Teatro Impiria la stagione teatrale di Bosco Chiesanuova, una rassegna invernale fortemente voluta del Comune per la direzione artistica di Andrea Castelletti, direttore del Teatro Impiria stesso. Con inizio alle ore 21, andrà in scena “America” l'ultimo spettacolo scritto da Raffaello Canteri che vede in scena l’attore Guido Ruzzenenti accompagnato ancora una volta dall’Acoustic Duo di Stefano Bersan e Antonio Canteri, per la regia di Castelletti. Un allestimento quindi che ricalca lo schema del fortunatissimo spettacolo “Il ponte sugli oceani” che negli scorsi tre anni ha fatto incetta di premi e raccolto gli applausi di moltissime repliche in tutta Italia e all’estero, tra cui si ricorda la tourne in Brasile e in Canada, e che a settembre andrà a Strasburgo.

“America” racconta la vera storia di una famiglia che dalla Lessinia emigra in California, in una landa desolata chiamata Hollywood per fare i mandriani e divenire infine miliardari. Uno spaccato di 100 anni di storia americana attraverso tre generazioni, dai pionieri all’antiproibizionismo, dai contestatori figli dei fiori alla superpotenza mondiale di oggi. E’ la storia di Giovanni Giacopuzzi che emigra dalla fame di S.Anna D’Alfaedo per fare il mandriano, il cow-boy, in California. Negli anni 30 e 40, suo figlio Lindo si sente americano a tutti gli effetti e serve il suo Paese facendo il poliziotto a Los Angeles e combattendo la mafia italiana, in lotta con i più noti gangster. Giovanni rappresenta un popolo alla ricerca di una vita migliore e Lindo è l’incarnazione del grande sogno americano pienamente realizzato, nutrito di forti certezze e di un’incrollabile fede nel futuro. Ma il figlio di Lindo, John, al contrario, sul finire degli anni 60 segue le inquietudini e le velleità rivoluzionarie dei figli dei fiori. Ma poi negli anni 80 farà l’imprenditore di successo, riciclando rifiuti urbani. Alla fine John intraprende un viaggio in Italia, alla ricerca delle proprie radici.

Tre visioni dell’America. L’America dei pionieri che scoprono il Far West. L’America degli americani che difendono il sogno americano. L’America dei nipoti che contestano e poi riscoprono le loro origini di popolo di emigranti. Uno spaccato di paesaggio che cambia nel corso del secolo, dalla realtà bucolica e contadina dell’inizio alla megalopoli attuale, dalla semplicità della vita alla complessità e alle finzioni hollywoodiane.

Una narrazione intensa, costruita con le parole e con la musica che accompagna i personaggi. Tutto il viaggio nel tempo è infatti evidenziato da una antologia musicale senza precedenti eseguita eccezionalmente vivo. Dalle semplici sonorità dei primi country al complesso e raffinato mondo del rock dei mitici anni 60 e 70 e della contemporaneità. Musiche tratte dall’Anthology of American Folk Music di Harry Smith, oltre a brani dei Maddox Brothers and Rose, The Coaster, Dick Dale, Chet Baker e Gerry Mulligan, Jefferson Airplane, Birds, Doors, Grateful Dead, CSNY.

Lo spettacolo ha inizio alle ore 21.00, mentre dalle ore 20.00 è possibile visitare la cantina, con degustazioni offerti al pubblico. In caso di maltempo lo spettacolo verrà recuperato in data da definirsi.

Informazioni: 3405926978, info@teatroimpiria.net, www.teatroimpiria.net

Per segnalare alla nostra Redazione presentazioni, iniziative culturali, spettacoli teatrali, concerti, scrivete al seguente indirizzo ilpopoloveneto@gmail.com

Giornate armene in Marciana, terzo incontro

Nell’ambito della mostra “Armenia. Impronte di una civiltà”, la Biblioteca Nazionale Marciana, organizza un ciclo d’incontri, intitolato “Giornate armene in Marciana”, dedicato ad approfondire singole tematiche della storia, dell’arte e della cultura armene. Gli incontri si svolgeranno nell’Antisala della Libreria Sansoviniana (Piazzetta San Marco 13/a, Venezia), con ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Venezia - Il terzo incontro si svolgerà giovedì 1 marzo 2012, alle ore 17.00 e avrà per titolo “Scrittura e amore del libro fra gli Armeni: manoscritti, miniature, colofon”. Saluto di Maurizio Messina, Direttore della Biblioteca Nazionale Marciana. Introduzione di Gabriella Uluhogian (curatrice della mostra con Boghos Levon Zekiyan e Vartan Karapetian) e Anna Sirinian.

L’incontro si propone di offrire un’occasione di riflessione sul profondo legame che unisce gli Armeni alla loro scrittura e ai loro libri. I libri manoscritti, in particolare, sono stati oggetto di continua cura nei secoli in ogni angolo del territorio armeno e ovunque gli Armeni si siano trovati a vivere. Verrà illustrata la ricchezza delle scuole di miniatura e alcune delle particolarità che rendono il manoscritto armeno un manufatto originale e inconfondibile.

Al via il Campionato Parapendio Triveneto

Con l’approssimarsi della primavera, arrivano i mesi migliori per la pratica del volo libero, vale a dire il volo senza motore in deltaplano e parapendio.
Sono mezzi semplici ed intriganti che sfruttano le correnti ascensionali, dette termiche. Il pilota vola immerso nella dimensione celeste, cercando di restare dentro queste masse d'aria per raggiungere la massima quota possibile e con essa la possibilità di percorrere poi molti chilometri sfruttando l’efficienza del mezzo medesimo. In pratica, spendendo la quota acquisita, ci si può trasferire da un posto all’altro.
Nel caso di una competizione, come i regionali di parapendio, il pilota dovrà eseguire un percorso prefissato, aggirando punti salienti del territorio, come cime di monti, paesi, ecc., prima di raggiungere l’atterraggio. Il GPS di bordo certifica il tutto e, confrontato con gli strumenti degli altri piloti, stabilisce la classifica.
Gli organizzatori dei campionati regionali di parapendio hanno in massima parte predisposto calendari e programmi mentre si accumulano le adesioni. Lo scorso anno i partecipanti furono circa 430, una significativa rappresentanza dei 5000 iscritti alla federazione.
Le gare regionali sono propedeutiche a competizioni più impegnative, tanto che una particolare cura è riservata ai piloti meno esperti. Costoro sono raggruppati nella classe Fun e seguiti da un tutor, nella persona di un pilota di livello internazionale, con il preciso compito di assisterli nella crescita tecnica prima del passaggio alle classi superiori Sport e Pro. Un’altra distinzione delle tre categorie è il tipo di mezzo utilizzato: più facili quelli ammessi alla classe Fun, più performanti, ma anche più impegnativi i parapendio della altre due.
Il Campionato Parapendio Triveneto (CPT) si svolgerà in otto fine settimana tra le associazioni di Veneto, Friuli e Trentino, rispettivamente a Caltrano(Vicenza) il 31 marzo e 1 aprile, a Aviano (Pordenone) il 14 e 15 aprile, a Gemona (Udine) il 19 e 20 maggio, a Borso del Grappa (Treviso) il 2 e 3 giugno, a Caprino Veronese il 7 e 8 luglio, a Pieve d'Alpago - Dolada(Belluno) il 25 e 26 agosto ed a Barco - Valsugana (Trento) l'1 e 2 settembre. Ancora da stabilire il luogo per la tappa del 12 e 13 maggio.
Nel parapendio l’Italia è campione d’Europa in carica. Il trentino Luca Donini è vice campione del mondo.

Per ulteriori informazioni su tutti i campionati regionali contattare
Coordinamento Campionati Regionali Parapendio
Barbara Sonzogni - info@regionaliparapendio.it - 338 4268753
www.regionaliparapendio.it

Campionato Parapendio Triveneto (CPT) - Veneto, Friuli, Trentino
Per ulteriori informazioni contattare
Damiano Zanocco - 349 1959892 - zanocco2@interfrree.it - www.cptriveneto.it

martedì 28 febbraio 2012

La grande mistificazione del debito pubblico

La Modern Money Theory sbarca in Italia

La tre giorni romagnola sulla Modern Money Theory (dal titolo: “Questo è un colpo di Stato finanziario - come fermare l’argentinizzazione dell’Italia, del nostro reddito, dei nostri diritti e del futuro dei nostri figli, ndr) è stata veramente intensa e ricchissima di spunti di riflessione. Tantissimi gli aspetti tecnici e teorici affrontati dai cinque esperti (William Black, Michael Hudson, Stephanie Kelton, Marshall Auerback e Alain Parguez) che hanno tentato di trovare una buona risposta per ognuna delle tantissime domande provenienti da un numeroso pubblico attento, esigente e ansioso di comprendere. Se decidessi di riportare qui e adesso, in maniera più o meno fedele, soltanto la cronaca degli infiniti argomenti trattati, non credo farei però un buon servizio. Penso sia più utile, infatti, affrontare con metodo un argomento delicatissimo come quello della crisi, incanstonandolo in maniera corretta dentro una cornice necessariamente più ampia, che finisce con lo sconfinare in maniera brutale all’interno di quel perimetro un tempo riservato in via esclusiva ad una classe politica ancora capace di imporre il suo primato, quello democratico. Bene. Una volta chiarito questo decisivo aspetto preliminare, bisogna quindi scegliere quale prospettiva abbracciare. Perché per la comprensione di una attualità volutamente tragica e complessa, probabilmente non basta il tecnicismo di chi ha confidenza con le scienze economiche. Anzi, paradossalmente, temo che una eccessiva preparazione di tipo procedurale potrebbe persino risultare nell’insieme fuorviante. Il punto di forza dell’incontro organizzato da Barnard è, a mio avviso, consistito nella capacità di veicolare con piglio autorevole e scientifico un messaggio forte e comprensibile. Un messaggio capace di smascherare le troppe bugie e omissioni che hanno accompagnato questa costruzione europea che tradisce in pieno le aspettative dei padri fondatori. Questa Europa, che dal punto di vista politico punta in via principale all’annacquamento della democrazia e alla “cinesizzazione” dei popoli mediterranei, usa la clava economica per perseguire un risultato che è però fondamentalmente sociale e politico. Sotto questa lente, le scelte dei diversi governi eterodiretti dalla Toika, all’apparenza folli, si scoprono coerenti ed efficienti. Il tutto condito da un uso spregiudicato, sapiente e mistificante di una comunicazione martellante sul modello berlusconiano. Ecco come Stephanie Kelton demolisce alcune delle basi teoriche che tengono in piedi il mostro che ci divora: “In tanti paragono erroneamente il comportamento di una famiglia nel tenere in ordine i conti con quello che deve fare uno Stato. Non è affatto vero. Lo Stato con moneta sovrana deve sviluppare il concetto di finanza funzionale. Secondo gli economisti classici il mercato è autocorrettivo e lo Stato non deve intervenire nelle dinamiche del mercato. Quando cala la domanda dei prodotti nel mondo reale le aziende licenziano, non abbassano i prezzi. Tutte le economie di mercato sono cicliche e non possono mai garantire la piena occupazione. Secondo gli economisti tradizionali una delle soluzioni rispetto alla disoccupazione è la riduzione dei salari. La MMT rifiuta questa impostazione che colpevolizza i lavoratori. Gli economisti classici credono che la disoccupazione sia addirittura positiva, perché lo spettro di perdere il lavoro rende più efficiente il lavoratore. Se poi c’è troppa occupazione, dicono, aumenta l’inflazione. Il trattato di Maastricht individua soltanto nel pericolo inflazione il nemico da abbattere. Ma la disoccupazione è molto più pericolosa dell’inflazione. La disoccupazione crea infatti disagi di tipo psicologico e sociale. La disoccupazione ha perciò costi enormi. Per i conservatori americani, e non solo per loro, per avere più lavoro bisogna favorire le aziende con meno tasse e meno regole. Una ricerca empirica dimostra che sono i bassi livelli di vendita, e non le troppe regole, che spingono gli imprenditori a non assumere. Come spiegano Lerner e Keynes sono le vendite che creano posti di lavoro. Per spendere, però, bisogna avere reddito. Le politiche di sacrifici e austerità significano tagliare le spese, tagliare i redditi e quindi distruggono posti di lavoro. Secondo Lerner la disoccupazione è il risultato di poca spesa. Quando la spesa dei consumi cala, questa va compensata con un surplus di intervento governativo. Bisogna perciò che gli Stati usino la moneta sovrana per gestire politiche di finanza funzionale. Per Lerner il governo deve mantenere il livello di spesa per la piena occupazione e utilizzare i suoi poteri per raggiungere il primo obiettivo. Le tasse, al di là di quello che molti credono, non servono affatto a finanziare i servizi offerti dal governo, ma soltanto a rendere legale il sistema nel suo insieme. Il governo a moneta sovrana non ha alcun limite nell’emettere moneta. L’unico limite è quello di calibrare con sapienza produttività e emissione della moneta in modo da impedire l’inflazione. Abba Lerner spiega infine con chiarezza come il deficit pubblico non solo è una cosa normale, da accettare, ma perfino salutare. La MMT dimostra come la piena occupazione è realmente possibile”. La storiella del deficit che impone ai governanti di massacrare senza soluzione di continuità pensionati, salariati e precari è evidentemente falsa.

Francesco Toscano

Rovigo: Il Divisionismo, la luce del moderno

Rovigo, Palazzo Roverella, fino al 24 giugno 2012

E’ stata una delle più emozionanti stagioni dell’arte italiana negli ultimi secoli e ora, finalmente, una grande mostra la ripropone, con un taglio nuovo e con una scelta perfetta di opere.
“Il Divisionismo. La luce del moderno”, in corso di svolgimento a Rovigo (a Palazzo Roverella) fino al 24 giugno 2012, sarà sicuramente tra i più importanti eventi espositivi italiani dell’anno. A promuoverla sono la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e L’Accademia dei Concordi.
Il periodo che questa mostra illumina è quello tra il 1890 e l’indomani della Grande Guerra.
Negli anni in cui in Francia Signac e Seraut “punteggiano” il Neo Impressionismo, anche in Italia diversi artisti si confrontano con l’uso "diviso" dei colori complementari. E lo fanno con assoluta originalità. E’, come afferma il sottotitolo della mostra, la luce del moderno che essi così magistralmente creano e interpretano.
Sono sperimentazioni che consentono agli artisti che si affacciano alle soglie del Novecento di affrontare con tecnica spesso audace e coraggiosa le tematiche del nuovo secolo, dal mutato rapporto con la realtà agreste all’evoluzione della città moderna, dalle scoperte scientifiche agli incombenti conflitti sociali.
E’ la prima effettiva cesura rispetto agli stili del passato, prima delle avanguardie.
Nel Divisionismo italiano i puntini e le barrette colorate dei francesi diventano filamenti frastagliati che invece di accostarsi spesso si sovrappongono. Ma ciò che è veramente diverso è lo spirito: qui la nuova tecnica pittorica aiuta a rappresentare, meglio di altre, l’intimità, l’allegria, lo spiritualismo, il simbolismo, l’ideologia anche politica. Ovvero i sentimenti, le passioni, le istanze che univano quella generazione di artisti. Pittura di luce, colore ma anche e soprattutto pittura di emozioni.
L’indagine che Francesca Cagianelli e Dario Matteoni proporranno a Palazzo Roverella rilegge la storia di questo momento magico dell’arte italiana. Valorizzando figure come quella di Vittore Grubicy de Dragon e il suo Divisionismo fatto di musica e di ricerca scientifica. Poi Plinio Nomellini, icona del Divisionismo tra Toscana e Liguria, prototipo di quelle diverse dimensioni territoriali che sono forse la maggiore ricchezza del movimento e che questa mostra mette, per la prima volta, in giusta evidenza.
Poi i grandissimi: Previati, Segantini, Morbelli, Pellizza da Volpedo.
E ancora il ricordo della storica Sala Divisionista della Biennale del 1914. Per giungere alla straordinaria stagione divisionista di artisti come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini, Carlo Carrà e alla Secessione Romana. Ultimi, emozionanti bagliori di una vicenda artistica che va a concludersi, per sfociare nel rivoluzionario “nuovo” del Futurismo. Ed è l’avvio di un’altra grande storia tutta italiana.

Presentazione della mostra
A cura di Francesca Cagianelli e Dario Matteoni

La necessità di indagare sempre più approfonditamente ruoli e contributi delle personalità artistiche italiane nell’elaborazione teorica e stilistica del Divisionismo italiano, in rapporto o anche in autonomia rispetto al neoimpressionismo francese, ha motivato diverse imprese espositive a partire dalla XXVI Biennale Veneziana del 1952, fino alla Mostra del Divisionismo Italiano del 1970 alla Permanente di Milano.
Lo sguardo comunque rivolto agli anni fondativi del divisionismo e ai cosiddetti maestri storici restava ancora da ampliare verso i protagonisti degli anni Venti del Novecento che, non potendosi ritenere dei semplici epigoni, dovevano invece essere ricondotti ad un dibattito necessariamente più complesso e articolato, come evidenziato nella mostra Divisionismo Italiano, organizzata a Trento nel 1990.
In tale direzione procede l’attuale mostra che mentre si propone di allargare la prospettiva critica anche ad artisti finora solo episodicamente annessi al Divisionismo propone anche una riflessione più attenta sul ruolo di personalità quali quelle di Vittore Grubicy de Dragon, volta a ritessere significativi ed inediti contributi dell’artista in margine ad un divisionismo vibrante di suggestioni musicali e al contempo serratamente proteso verso la riflessione scientifica, con una predilezione per il contesto europeo.
Lo stesso ruolo di Plinio Nomellini, icona di un divisionismo trait-d’union tra Toscana e Liguria, rende necessari ulteriori chiarimenti e riflessioni in margine alla necessità di reimpostare flussi e diffusione di un linguaggio policentrico.
Sarà dunque l’occasione per ampliare e valorizzare le geografie di un movimento che incrocia pervasivamente le diverse tradizioni regionali e impone istanze di mutazioni stilistiche, spesso in contro-tendenza rispetto al verismo ottocentesco.
Tali riflessioni proseguono ovviamente fino alla soglia delle avanguardie e, anche in questo particolare settore di confine, si rende necessario ampliare lo spettro dell’indagine in margine ai diversi contributi, puntando il cannocchiale non solo sui protagonisti ormai consacrati, ma anche verso coloro che seppero individuare rivoli autonomi di sperimentazione luminosa: anche in questo caso non si può non spaziare dalla Toscana alla Liguria, dall’Emilia Romagna al Veneto.
A concludere tali serrate tappe di un’inevitabile estensione della questione divisionista resta da apporre il sigillo della Secessione Romana, da indagare quest’ultima non tanto e non soltanto in rapporto all’ampliamento del ventaglio dei diversi contributi, ma anche e soprattutto rispetto al fenomeno di un linguaggio che diventa strumento di trascrizione di nuovi miti mondani e di inedite mode esotiche.

La Mostra e le sue Sezioni

Se è vero che tra lettera inviata da Giovanni Segantini a Vittore Grubicy nel 1887, che giurava come “Se l’arte moderna avrà un carattere sarà quello della ricerca del colore nella luce” e la memoria di Gino Severini su Giacomo Balla che lo iniziò “alla nuova tecnica moderna del “divisionismo” corrono stagioni creative e fasi evolutive davvero cruciali, Francesca Cagianelli e Dario Matteoni hanno scelto di trasporre nel sottotitolo della mostra, La luce del moderno, le ragioni della rivoluzione divisionista.
Il percorso scientifico seguito in catalogo punta evidentemente ad una revisione storiografica proiettata in pieno Novecento, laddove Annamaria Damigella tratteggia “il lungo tempo del divisionismo”, Sergio Rebora focalizza l’asse emotivo del divisionismo musicale di Vittore Grubicy de Dragon, destinato a creare un ponte con le avanguardie europee, Francesca Cagianelli delinea nell’asse Toscana-Lombardia la questione irrisolta delle finora asserite geografie del divisionismo italiano.

L’affondo sul Nord Italia è firmato da Nicoletta Colombo che nel suo saggio Divisionismo tra Milano e Torino (1891-1902), pittura di “moderne idealità” trascorre dall’indagine delle sperimentazioni pre-divisioniste di Lombardia e Piemonte, attraverso le polemiche delle Triennali milanesi del 1891-94-97 e le rassegne torinesi del 1896-98-1902, per sfumare infine sui più giovani continuatori della tecnica divisa post-1900.
Lo sguardo finora rivolto agli anni fondativi del divisionismo e ai cosiddetti maestri storici restava ancora da ampliare, rispetto ai precedenti capisaldi critici, verso i protagonisti degli anni Venti del Novecento che, non potendosi ritenere dei semplici epigoni, dovevano invece essere ricondotti ad un dibattito necessariamente più complesso e articolato.
Dalla prima sezione intitolata L’alfabeto di Vittore Grubicy: la polifonia della Natura, dominata dal trittico donato dall’artista al Museo Civico Giovanni Fattori, quale sigillo di un sodalizio con il gruppo toscano, alla seconda sezione dedicata a L’innovazione tecnica e gli archetipi del paesaggio, dove alla produzione di Giovanni Segantini e Emilio Longoni si accostano, in una ritrovata dignità espressiva, artisti quali Carlo Fornara, Angelo Torchi, Adriano Baracchini-Caputi, Cesare Maggi, Carlo Prada, Giambattista Ciolina, Carlo Cressini, Giovanni Sottocornola, si arriva alla terza sezione, quella che traccia La via antinaturalista: le ore del giorno, la melodia delle stagioni. Ai maestri storici, in primis Gaetano Previati e Giuseppe Pellizza, si affiancano anche in quet’occasione alcuni protagonisti di ambiti geografici forse finora eccessivamente subordinati all’asse del Nord Italia: ed ecco Plinio Nomellini, icona di un divisionismo trait-d’union tra Toscana e Liguria, che ora, con alcuni capolavori rende necessari ulteriori chiarimenti e riflessioni in margine alla necessità di reimpostare flussi e diffusione di un linguaggio policentrico. Ma il “caso” Lloyd resta davvero esemplare di una rinnovata visione scientifica che rivaluta finalmente il Toscano non più come uno dei tanti “casi disparati”, bensì in quella luce di intellettuale-filtro tra la stagione fattoriana e gli aneliti divisionisti pellizziani e grubicyani. Accanto a quest’ultimo diventa una vera e propria scoperta nell’ambito delle promesse del circuito commerciale di Alberto Grubicy l’inedita personalità di Adriano Baracchini-Caputi, anch’esso coinvolto nel cenacolo grubicyano in Toscana.
Nella quarta sezione, che prende lo spunto dai Divisionismi sulla costa: lo studio del mare, si fondono per la prima nella storiografia critica le suggestive elaborazioni liguri di Plinio Nomellini, Rubaldo Merello, Llewelyn Lloyd, Antonio Discovolo e le visionarie marine livornesi dello smaltato Benvenuto Benvenuti e dell’impetuoso Mario Puccini.
Lo spartiacque tra la stagione divisionista più orientata verso la riflessione paesaggistica e l’applicazione della scomposizione ottica alla composizione di figura, coincide con la quinta sezione, Il divisionismo ideologico da Nomellini a Morbelli, che vede fronteggiarsi incunaboli della riflessione sociale nomelliniana quali La diana del lavoro con alcune emblematiche testimonianze dell’excursus morbelliano nella solitudine del ciclo del Pio Albergo Trivulzio. In quest’ambito costituisce una vera proiezione nel clima novecentesco I conquistatori del sole di Giuseppe Cominetti, vero incunabolo di un’iconografia sociale che trapassa verso il mito del moderno.
Ed ecco la sesta sezione, dedicata a La psicologia della vita moderna, dove tutta una galleria di volti a firma Segantini, Longoni, Balla (Ritratto all’aperto, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma - l’icona della mostra), Morbelli, Boccioni, Romolo Romani, puntualizza la questione di una sperimentazione tecnica che senza dubbio si offre adeguatamente ai fini della trascrizione psichica di una nuova generazione.
Si susseguono dunque due sezioni, quelle in cui l’affondo visionario ed eroico tocca le vette della maggiore densità espressiva, la settima sezione, dal titolo Miti e Simbologie, e l’ottava sezione, denominata Il cosmo secondo i divisionisti: la pittura ideista verso la svolta eroica, dominate entrambe da capolavori di Pellizza, Previati, Chini, Nomellini.
D’ora in avanti il percorso espositivo vola davvero verso il mito del moderno con la nona sezione, Prima del Futurismo, l’esasperazione della luce fino all’ultima vibrazione, dove sfilano Carlo Carrà, Gino Severini, Umberto Boccioni, Luigi Russolo, Leonardo Dudreville, e la decima ed ultima, dal titolo: In tema di Secessioni, dove i riflettori si accendono su un divisionismo mondano, vibrante di eccessi e incandescenze: da Camillo Innocenti a Giuseppe Cominetti, da Galileo Chini a Aleardo Terzi, da Ferruccio Ferrazzi a Arturo Noci.

DIVISIONISMO. LA LUCE DEL MODERNO
Rovigo, Palazzo Roverella, via Laurenti 8/10; fino al 24 giugno 2012
Informazioni: Palazzo Roverella
Tel. 0425 460093 - www.mostradivisionismo.it – info@palazzoroverella.com
Mostra a cura di: Dario Matteoni e Francesca Cagianelli
Direzione della mostra: Alessia Vedova.
Catalogo: Silvana Editoriale
Sede e orari:
Palazzo Roverella
Rovigo , Via Laurenti 8/10
feriali 9.00-19.00; sabato 9.00-20.00; festivi 9.00-20.00. Chiuso i lunedì non festivi
Biglietti:
intero € 9
ridotto € 7 (over 65, studenti universitari, insegnanti con documento, categorie convenzionate)
gratuito (bambini fino ai 6 anni, portatori di handicap con un accompagnatore, giornalisti con tesserino, militari in divisa)
gruppi (min 20 persone) € 7 (gratuito per un accompagnatore)

“Galileo Chini. La luce della ceramica.”
Sede e orari:
Villa Badoer, Fratta Polesine (Ro)
Feriali e festivi: 10.00-13.00; 14.00-19.00
Chiuso i lunedì non festivi
Biglietti: intero € 5; ridotto € 3; visita guidata a gruppi € 60

Biglietto Integrato:
“Il Divisionismo” + “Le ceramiche di Galileo Chini”
Intero € 12; ridotto € 10

lunedì 27 febbraio 2012

Mauro Rossato: Emergenza "Morti Bianche" tra i lavoratori stranieri

Nel primo mese del 2012 una vittima del lavoro su cinque non aveva cittadinanza italiana. L’edilizia è il settore più critico. Serve una maggiore diffusione della cultura della sicurezza tra i datori di lavoro

Contributo dell’Ing. Mauro Rossato, Presidente dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering

Per chi come noi lavora quotidianamente sul fronte della sicurezza nei luoghi di lavoro e si occupa di monitorare giorno dopo giorno il bilancio delle morti bianche nel nostro Paese, il dato che emerge nelle statistiche del primo mese del 2012 sul numero di vittime straniere è davvero allarmante: delle 31 morti registrate a gennaio in Italia, un lavoratore su cinque, il 20 per cento del totale, era straniero.

Un indicatore che amplifica l’emergenza della sicurezza nei luoghi di lavoro, recentemente affrontato anche nella relazione intermedia redatta dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle “morti bianche” e che cita la preoccupazione, soprattutto nel settore edilizio, “per l’alto numero di operatori extracomunitari, non preparati e non formati, che stanno arrivando in queste aree di lavoro e che sono maggiormente esposti ai rischi in assenza di un’adeguata formazione. Per tale ragione - prosegue la commissione - occorrerebbe coinvolgere maggiormente i datori di lavoro”.

Note critiche che coinvolgono in particolare il settore delle costruzioni e soprattutto le aziende più piccole. La conferma, del resto, giunge dai dati del nostro Osservatorio: sono stati 123, infatti, i lavoratori che hanno perso la vita in edilizia nel 2011. E, sebbene si tratti di un numero di infortuni mortali inferiore rispetto al 2010 (erano 148 i casi), non possiamo sottovalutare l’emergenza così come il fatto che la contrazione degli incidenti sia dovuta anche alla crisi economica del settore.

Significativa e sconfortante, poi, la proiezione dei lavoratori stranieri che perdono la vita nele costruzioni: erano 25 nel 2010 e sono diventati 29 nel 2011.
Numeri che assumono maggior rilevanza se confrontati con il totale delle vittime nei due anni sopra citati: gli stranieri che hanno perso la vita nel 2010 erano 59 e sono saliti a 72 nel 2011. Delle 131 morti bianche straniere del biennio, 51 erano di origine rumena, 21 gli albanesi. Cinque le vittime sul lavoro marocchine e altrettante senegalesi. Quattro morti bianche di origine tunisina e stesso numero per quelle moldave.

E ancora: puntando la lente d’ingrandimento sull’economia del mattone si osserva che la caduta dall’alto è una delle cause principali di morte. E non si tratta sempre di altezze elevate.

Nel 2010 in 88 casi di morte per caduta dall’alto, 17 lavoratori hanno perso la vita da un’altezza inferiore o uguale a 3 metri; nel 2011, poi, è andata peggio: delle 83 vittime, 22 sono perite da un’altezza inferiore o uguale a 3 metri.

Questo a riprova del fatto che non servano grandi altezze per morire.

Ma è anche e soprattutto la dimostrazione concreta di come sia sempre più indispensabile richiamare l’attenzione degli amministratori di questo Paese sulla necessità di agire non solo con le normative che già esistono e sono esaustive, bensì anche con un sistema di controllo diffuso e intenso che non ne trascuri gli aspetti sanzionatori.

Disabilità: V4B rende "visibili" i video ai ciechi

Riceviamo e siamo lieti di pubblicare:

Dopo l’annuncio di “Ti tengo d’occhio”, lo studente 17enne colpisce ancora. Video4Blind (V4B) rende “visibili” i video ai ciechi. Tanto semplice quanto rivoluzionaria l’idea di Vincenzo Rubano. Da oggi “accessibilizzare” spot, videoclip e quant’altro su Youtube, Vimeo e Facebook sarà un gioco da ragazzi

Vincenzo Rubano, lo studente non vedente dell’Istituto Costa di Lecce, torna alla carica con una nuova provocazione: “sono tanti, troppi i video disponibili in rete che non possono essere compresi dalle persone con problemi di vista. Spesso si basano su contenuti puramente visivi e pertanto escludono tutti gli utenti non vedenti”. E Vincenzo non si limita alla sola “denuncia” ma propone anche la soluzione, da lui battezzata con la sigla "V4B - Video4Blind", la quale prevede l’aggiunta di alcuni semplici accorgimenti che hanno lo scopo di rendere i video su Youtube, Vimeo, Facebook e sulla rete in generale, “visibili” ai non vedenti. Ma andiamo per ordine. Dopo aver reso operativo il sito/servizio “Ti tengo d'occhio” - www.titengodocchio.it e dopo aver creato la Blind List (una vera e propria lista nera) per denunciare quei programmi e quei siti che non possono essere utilizzati dalle persone non vedenti (ha fatto scalpore il caso del sito del Censimento on line dell’Istat), Vincenzo Rubano, 17 anni, ha deciso di ampliare ulteriormente il suo servizio prendendo questa volta in considerazione i video: perché i ciechi devono essere discriminati ed essere esclusi dalla loro “visione”? Probabilmente risulta difficile a qualcuno immaginare un cieco che, navigando in Internet, possa trovare e visualizzare un video sul proprio computer, eppure, grazie alle nuove tecnologie disponibili, ciò è possibile, anzi potrebbe (e dovrebbe) essere possibile. Il cieco che "guarda” un video può comprendere ciò che c’è sullo schermo sfruttando soltanto l'audio, interpretando i rumori ed i suoni per determinare che cosa stiano facendo i protagonisti ed il luogo in cui il video è stato girato. Ma cosa fare quando l'audio è semplicemente una colonna sonora e tutto il messaggio è riposto nelle immagini? A questo punto l'unico elemento a disposizione dei non vedenti per riuscire ad interpretare il video è costituito dall’area destinata alla descrizione testuale che, però, quasi sempre si limita a presentare sommariamente cosa è il video ma non cosa avviene durante. Da qui, dunque, l’idea di Vincenzo: perché non "accessibilizzare" questi video con una semplice descrizione a parole di ciò che avviene? L’intuizione dello studente leccese e la soluzione per risolvere questo limite di accessibilità è di una semplicità impressionante ma capace di portare ad una vera e propria rivoluzione mediatica. Il processo di “accessibilizzazione” dei video proposto da Vincenzo consiste in tre piccole operazioni a carico di chi ha pubblicato o intende pubblicare un video:

1. Aggiungere in coda al titolo del video la sigla (V4B);
2. Aggiungere nell’area “descrizione” che ogni video ha, un breve testo che racconti a parole ciò che viene espresso con le immagini;
3. Aggiungere fra i “tag” del video la sigla V4B Video4Blind.

Queste tre semplici azioni possono essere fatte da chiunque: non servono conoscenze tecniche, né tantomeno spese aggiuntive. In questo modo i non vedenti potranno sapere immediatamente e facilmente se il video è descritto oppure no, sarà infatti sufficiente leggere il titolo, e, cosa ancora più importante, potranno addirittura cercare tutti i video “accessibilizzati” semplicemente inserendo “V4B Video4Blind” nel motore di ricerca di Youtube, Vimeo o qualsiasi altra piattaforma. Dalle parole ai fatti. Per concretizzare quanto proposto da Vincenzo, in accordo con la sua scuola, è stato “accessibilizzato” un video spot realizzato dagli studenti dell’istituto leccese e pubblicato pochi giorni fa su Youtube. Il promo è un tipico esempio di video che basa tutto il suo “messaggio” sul linguaggio visivo in quanto non prevede alcun “parlato”. Un non vedente, accedendo allo spot, riesce a capire solo che ci sono diversi sfondi musicali e assolutamente nulla altro.
Utilizziamo come esempio, quindi, questo video scolastico per evidenziare meglio le azioni effettuate per renderlo comprensibile a chi non può vederlo. Collegandosi all’indirizzo: www.youtu.be/K_BidSCokLc (oppure inserendo nel motore di ricerca di Youtube la sigla “V4B Video4Blind” e, tra i risultati, cliccando sul video “Ho scelto il Costa di Lecce”) si vedrà che:

Il titolo è “Ho scelto il Costa di Lecce! (V4B)

Nella descrizione è riportato il seguente testo: V4B (Video4Blind) - Descrizione del video per non vedenti.Il video mostra in successione 9 ragazzi e ragazze che, attraverso dei cartelli scritti con un pennarello, elencano altrettanti motivi per cui hanno scelto di frequentare l'Istituto Costa di Lecce. I "gong" separano i mini spot.

Questi i 9 cartelli:
1) "Il rocker": Io sono Luca e suono la chitarra, ho scelto il Costa perché ...qui c'è tutta un'altra musica!;
2) "Io sono importante": Sono Danila e mi piace stare al centro dell'attenzione, ho scelto il Costa perchè ...è la più premiata d'Italia!;
3) "Computermania": Io sono Marco e sono pazzo per l'informatica, ho scelto il Costa perchè ...qui sono più pazzi di me! (e lancia il cartello per aria);
4) "La timidezza": (compare ragazza con cartello che copre il viso) Io sono Verdiana e sono molto timida, ho scelto il Costa perchè ...qui mi fanno sentire come a casa! (e abbassa il cartello scoprendo il volto, sorridente);

5) "Cerco lavoro": Sono Simone e non so se mi va di andare all'università, ho scelto il Costa perchè ...è l'unica scuola che prepara per lavori "fore de capu"! (fuori di testa);
6) "L'indecisa": Ciao, sono Luisa, ho scelto il Costa perché...perché ...non lo so perché, ma mi piace 'na cifra!;
7) "L'imprenditore": Ciao, io sono Nanni e il mio sogno è aprire un pub, ho scelto il Costa perchè ...qui si impara a tutta birra!;
8) "Fusione totale": (compaiono due ragazze straniere, una brasiliana ed una filippina) Siamo Jemelyn e Raysa, forse non si vede ma siamo ...diversamente italiane, abbiamo scelto il Costa perché ...qui sono tutti ...diversamente normali!;
9) "L'antinoia": (compare una ragazza con espressione visibilmente spenta e che mastica una chewing gum) Ciao, sono Giulia e sono un tipo che si annoia facilmente, ho scelto il Costa perchè ...questa non è una scuola, ..è un'esplosione di creatività! (e sputa la gomma per aria mettendosi a sorridere).

Fra i tag sono stati aggiunti:v4b Video4Blind

Un’ultima chicca, Vincenzo creerà all’interno del suo sito “Ti tengo d’Occhio” una specifica sezione con l’elenco di tutti i video “accessibilizzati” con il sistema “V4B Video4Blind”, man mano che li scoprirà o che gli saranno segnalati. E’ il suo modo di ringraziare pubblicamente chi, d’ora in poi, deciderà di “tenere d’occhio” anche i non vedenti.

domenica 26 febbraio 2012

A Lonigo va in scena "L'Avaro" di Moliere

Arturo Cirillo rilegge un grande classico nel segno del teatro di regia di respiro europeo

Mercoledì 29 febbraio 2012 alle ore 21.00 il Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” di Lonigo ospiterà in prima regionale, nell’ambito della Stagione Teatrale realizzata in collaborazione con il circuito teatrale Arteven, un’originale versione di “L’Avaro” di Molière diretta e interpretata da Arturo Cirillo. Questo straordinario classico viene riproposto in una veste attuale e cinematografica che ricorda nei costumi e nel trucco il «Parnassus» di Terry Gilliam, mentre per le atmosfere è debitore nei confronti di David Lynch. Un eccellente esempio di teatro di regia di respiro europeo, da gustarsi dall’inizio alla fine.

Figura di spicco della nuova scena teatrale italiana, Cirillo carica di humour nero il testo del drammaturgo francese restituendo al pubblico un Arpagone arcigno e avido, chiuso in una tragica maschera all’interno di una pièce ironica e graffiante, arricchita dai sontuosi costumi di Gianluca Falaschi e dalla scena potentemente evocativa di Dario Gessati. Ciò che più colpisce della messa in scena, oltre alla straordinaria bravura di ciascun interprete, è proprio la meravigliosa e congeniale scenografia che, attraverso il giogo di tre grandi cornici, intrappola gli interpreti in un labirinto tortuoso che restituisce allo spettatore tutta l’angosciosa atmosfera in cui si muovono i protagonisti della vicenda, tutti vittime di un padre padrone, avaro ed egoista, sempre intento
a osservare e spiare le mosse di chi lo circonda per curare esclusivamente i propri interessi.

Arpagone abita una casa forziere, all’interno della quale vive incalzato dalle trame ordite dai figli e dalla servitù. Ma l’uomo non intende mollare un centesimo del proprio danaro, che custodisce avidamente dentro una cassetta. «Se Arpagone è l’avaro, gli altri cosa sono?» si chiede Cirillo nelle sue note di regia. Arpagone ha tre figli: Cleante, Elisa e la cassetta, ma solo l’ultima è stata “partorita” da lui stesso. Gli altri sono figli di una madre morta che gli hanno sottratto giovinezza e amore, prima ancora del denaro. Mentre Mariana, la ragazza che si fa comprare, è forse l’ultimo anelito di vitalità, la battaglia finale per dare scacco matto al mondo e alle leggi della natura.

Circondato da un cast particolarmente affiatato, Cirillo firma un Avaro sorprendente, perché sembra che faccia di Arpagone un emblema di qualcosa di assoluto - forse del male - di cui ignoriamo l’origine e di cui non riusciamo a comprendere il fine. In questo modo l’opera di Molière porta con sé un messaggio di grande attualità, pur essendo stata scritta nel Seicento. Perché l’uomo moderno, affannosamente impegnato nella ricerca di una solidità economica (tema quanto mai corrente), troppo spesso dimentica di trovare il tempo per curare le sue vere ricchezze, che sono poi le relazioni umane. E così, ritrovatosi solo, finisce per non apprezzare più i colori della vita, come Arpagone lascia chiaramente trasparire dal suo abbigliamento, visto che è l’unico in scena a indossare un abito completamente nero.

La sua avarizia è una sorta di morbo che allontana Arpagone dagli affetti, e che si espande in tutta la sua casa e sulle persone che la abitano, come gli intelligenti costumi interpretano in maniera egregia, anche grazie all’apporto pittorico di Silvia Fantini che contamina i colori originali facendoli impregnare parzialmente del nero catramoso umore del padrone di casa. Nelle vesti del protagonista, così come lo ha ideato, Cirillo risulta assolutamente impeccabile, surreale e strisciante, inquietante come un personaggio oscuro uscito dalla penna di Edgar Allan Poe.

Per informazioni e biglietti Teatro Comunale di Lonigo (piazza Matteotti 1) tel.: 0444 835010 - www.teatrodilonigo.it

Per segnalare alla nostra Redazione presentazioni, iniziative culturali, spettacoli teatrali, concerti, scrivete al seguente indirizzo ilpopoloveneto@gmail.com

sabato 25 febbraio 2012

CONSIGLI LIBRARI N.107

Gli ultimi saranno i primi. La mia vita accanto ai dimenticati della Terra
Lapierre Dominique
Curatore: Agasso R.
€ 16,50
2012, 272 p., ill., rilegato
Curatore: Agasso R.
Rizzoli (collana Saggi stranieri)

Uno sguardo come quello di Dominique Lapierre è una lente d'ingrandimento che cambia il modo di vedere il mondo. In questo libro, una lunga riflessione raccolta da Renzo Agasso, Lapierre racconta la sua vita e le sue scelte e si interroga su dove sta andando l'Occidente. Dalla messe di esperienze e di incontri nel subcontinente indiano, emerge il ritratto profondo e affascinante di un mondo bifronte in cui sempre più gli "altri", gli ultimi, sono lo specchio di "noi", i primi. E una riflessione sui paradossi di un tempo in cui il ricchissimo Occidente affronta lo spettro della miseria morale. Una povertà ben peggiore di quella economica che affligge la Città della Gioia.

La bancarotta del capitale e la nuova società. Nel laboratorio di Marx per uscire dalla crisi
Ciofi Paolo
€ 15,00
2012, 185 p.
Editori Riuniti Univ. Press (collana Politica & società)

La crisi finanziaria è la manifestazione drammatica della crisi di un'intera civiltà, l'esito dell'insostenibilità - antropologica, sociale, ambientale di un modo di produzione ormai declinante, che considera gli esseri umani una pura variabile del capitale globale. Torna all'attenzione la proprietà capitalista, il presupposto tacito dato per scontato, che ha elevato una ristretta cerchia di proprietari universali al rango di una onnipotente entità sovrastante, gli insindacabili "mercati" cui tutti debbono inchinarsi. Compresi gli Stati dell'Europa, dove risorgono vecchie tentazioni egemoniche e pericolosi nazionalismi. Come se ne esce? Non c'è prospettiva di un reale cambiamento senza la lotta per una civiltà più avanzata, in cui l'economia sia al servizio dell'uomo e non viceversa. La Costituzione della Repubblica italiana, che fonda sul lavoro le premesse dell'uguaglianza e della libertà, apre le porte a una società di tipo nuovo cui anche i movimenti per i beni comuni alludono. Una possibilità che diventa effettiva a una condizione: che coloro i quali subiscono le conseguenze distruttive della crisi, in primo luogo i lavoratori dipendenti uomini e donne, in tutte le loro figure ed espressioni, si uniscano in un'ampia ed efficiente coalizione politica.

Mio nonno è morto in guerra
Cristicchi Simone
€ 16,00
2012, 166 p., brossura
Mondadori (collana Arcobaleno)

Il vagabondare artistico di Simone Cristicchi è incappato in un giacimento di storie di guerra, tutte vere, tragiche, piene di umanità. In Mio nonno è morto in guerra, Cristicchi ha raccolto le testimonianze orali di vecchi soldati dell'esercito italiano, di partigiani, e anche di civili coinvolti dalle vicende belliche. Un libro che è un affresco di tante piccole storie individuali che hanno fatto la Grande Storia

"Mio nonno si chiamava Rinaldo e, per fortuna sua e mia, non è morto in guerra. Partì come tanti altri per la campagna di Russia, ma a differenza di molti riuscì a tornare indietro. Però per tutto il resto della sua vita ha sempre avuto freddo. Anche d'estate, seduto in terrazza in pieno sole, teneva una coperta sulle gambe e un giacchetto sulle spalle. Perché il freddo della guerra gli era entrato dentro. L'idea di ricercare e raccontare le storie minime dei protagonisti della Seconda guerra mondiale nasce da nonno Rinaldo e dal bisogno di colmare un grande silenzio: il silenzio di uomini e donne ammutoliti dal frastuono della storia. Ma anche il silenzio di chi ha preferito tacere, per convenienza o per dimenticare un dolore inenarrabile. Ecco perché ho scelto di usare direttamente la voce dei protagonisti. La maggior parte dei racconti di "Mio nonno è morto in guerra" è nata grazie al prezioso contributo di tante persone che hanno donato incondizionatamente e con passione civile la propria testimonianza di vita. A questo mosaico di memorie riesumate, a questo album di aneddoti in bianco e nero, manca sicuramente più di qualche tassello: è un'opera incompiuta per definizione. Sono gli appunti di viaggio di un "ricercautore" che ha attraversato l'Italia senza stancarsi mai le gambe e le orecchie, pronto ogni giorno ad ascoltare una nuova voce, a decifrare altre rughe, ad imparare una sfumatura inedita, felice di riempire quelle pagine bianche..." (Simone Cristicchi)

*descrizioni dalla quarta di copertina

venerdì 24 febbraio 2012

Respingimenti migranti, Italia condannata

La Corte d’Appello di Milano nei giorni scorsi ha bocciato la ricusazione presentata dall’ex premier nei confronti dei giudici del processo Mills, dove Berlusconi risponde di corruzione in atti giudiziari. I giudici, domani, potranno entrare in camera di consiglio per il loro verdetto.
Nel frattempo è giunta ieri una sentenza da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo contro il governo Berlusconi. La sentenza riguarda i respingimenti verso la Libia, messi in atto nel 2009 da parte del governo italiano. Più precisamente si fa riferimento a 24 persone respinte, il 6 maggio del 2009 a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali. Fu intercettata una nave con a bordo circa 200 persone (tra cui bambini e donne) di nazionalità somala ed eritrea. Il respingimento si attuò così. I migranti furono trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati a Tripoli contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. I migranti non hanno avuto alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale in Italia. Di questi 200 migranti, 24 persone (11 somali e 13 eritrei) sono state rintracciate e assistite in Libia dal Cir. Non è stato in particolare rispettato l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. Si tratta di una condanna netta della politica messa in atto da Maroni. L’Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto effettivo per le vittime di fare ricorso presso i tribunali italiani. L’Italia è stata condannata a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili.
Il ministro della Cooperazione Andrea Riccardi ha dichiarato che la sentenza: “sarà ricevuta e valutata con grande attenzione” dal governo italiano “e ci farà pensare e ripensare alla nostra politica per l’immigrazione”. Riccardi ha garantito: “Vogliamo fare una politica chiara, trasparente e corretta sull’immigrazione, senza niente da nascondere”. Una sentenza, quindi, che colpisce direttamente la politica sull’immigrazione del governo Berlusconi, orchestrata dalla Lega nord e dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. Che non a caso adesso attacca parlando di sentenza “politica, che colpisce la linea di estremo rigore da noi adottata contro l’immigrazione clandestina e apre la strada all’immigrazione libera”.
Il capodelegazione del Pd al Parlamento europeo, David Sassoli, sottolinea: “La sentenza di condanna della Corte europea per i diritti umani per i respingimenti verso la Libia è la prova di un Governo che ha fatto vergognare l’Italia. La condanna dell’Italia per i fatti di Hirsi, avvenuti nel 2009, è la certificazione nero su bianco del fallimento delle politiche dell’Italia di Berlusconi nel campo dell’immigrazione”. Sul da farsi Sassoli è chiaro: “L’Italia adesso ha il difficile compito di dover recuperare il terreno finora perduto, recependo le direttive Ue in materia di politiche sull'immigrazione. Non sarà un lavoro semplice ma sappiamo che al Governo del paese adesso ci sono le personalità adatte ad affrontare le grandi sfide che abbiamo di fronte”.
Da ultimo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha dichiarato attraverso il suo rappresentante per il sud Europa, Laurens Jolles: “Ci auguriamo che rappresenti un punto di svolta per ciò che riguarda le responsabilità degli Stati e la gestione dei flussi migratori”.
L’Unchr ha evidenziato: “L’obbligo dell’Italia di non rinviare forzatamente le persone in paesi dove potrebbero essere a rischio di persecuzione o di subire un danno grave. Si tratta del principio del non respingimento”.
Proprio in questi giorni leggo un libro intervista al Vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero che fin dal suo arrivo nella Diocesi siciliana più vicina alle coste tunisine ha dato vita ad iniziative e a progetti di accoglienza dei migranti, condannando la politica dura e intransigente del ministro Maroni. Il ministro stesso si recò in visita a Mazara del Vallo, restando bene impressionato sul clima di accoglienza, dialogo interculturale e interreligioso messo in atto. Mogavero dice chiaramente che Maroni stesso in privato affermò che: “si poteva prendere in considerazione una prospettiva diversa da quella dei respingimenti di massa”. Il ministro non fece alcuna concessione e non prese alcun impegno. Forse era già troppo tardi, ma un po’ di umiltà non sarebbe guastata.
Di fatto ora è giunta la sentenza della Corte europea: Italia condannata per aver respinto uomini e donne in cerca di giustizia e pace.

Ivano Maddalena

Officina Italia 2. Nuova creatività italiana

A Padova, dal 25 febbraio al 25 marzo 2012, ex Macello, Via Cornaro 1/b

La mostra, curata da Renato Barilli con la collaborazione di Guido Bartorelli e Guido Molinari, si pone nel solco delle Officine organizzate a partire proprio da una precedente Officina Italia, del 1997, cui hanno fatto seguito Officina Europa, 1999, Officina America, 2002, Officina Asia, 2004. A oltre un decennio dal pri¬mo scandaglio, pare del tutto opportuno condurre un nuovo check-up sull’inesausta creatività dei nostri giovani: da qui il titolo della mostra, che come nei casi precedenti si è valsa di un contributo della Regione Emilia Romagna e della collaborazione di Fabbrica di Angelo Grassi (Gambettola, CS). Dopo l’avvio dalle sedi emiliane di Bologna e Gambettola, e facendo tappa nello spazio Arte Tavoro Territorio (BG), e al S. Carpoforo di Milano, Accademia di Brera, la mostra giunge ora all’appuntamento padovano.

Volendo caratterizzare l’attuale situazione, si potrebbe fare ricorso alla nozione introdotta da Gilles Deleuze e Félix Guattari di plateau, ovvero di un bilanciamento tra opposti: il rigorismo dell’arte concettuale, col triangolo foto-scrittura-oggetto, accenna a stemperarsi in soluzioni più stimolanti e sensuose, che però si guardano dall’approdare a facili pittoricismi, senza peraltro disdegnare recuperi di motivi decorativi, molto adatti per usi di arredo urbano. Questo medesimo bilanciamento si registra tra soluzioni a due e a tre dimensioni: molte opere presenti in questa rassegna, infatti, muovono da progetti o tracciati esposti a parete, da cui però prendono lo slancio per andare a occupare lo spazio attiguo, occupazione che tuttavia avviene in modi leggeri e reversibili. Altri invece affrontano decisamente lo spazio aperto deponendovi come delle isole consistenti e cariche di stimoli.
La squadra curatoriale ha individuato 33 presenze, alcune già ampiamente note e avviate verso un successo crescente, altre più inedite ma aggressive e incalzanti.




Catalogo: Edizioni Gabriele Mazzotta
(120 pagine, 100 illustrazioni - € 28 in libreria - € 20 in mostra)

Elenco degli artisti: Meris Angioletti, Alex Bellan, Davide Bertocchi, Alvise Bittente, Elena Brazzale, Jacopo Candotti, Roberto De Pol, Elisabetta Di Maggio, Anna Galtarossa, Eloise Ghioni, Chris Gilmour, Nicola Gobbetto, Paolo Gonzato, Alice Guareschi, Giorgio Guidi, Antonio Guiotto, Kensuke Koike, Lisa Lazzaretti, Federico Maddalozzo, Laura Matei, Ignazio Mazzeo, Matteo Montani, Margherita Moscardini, Giovanni Ozzola, Marco Papa, Laurina Paperina, Chiara Pergola, Filippo Pirini, Diego Soldà, Francesco Spampinato, To/Let (Marinangeli/Placucci), T-yong Chung, Giorgia Valmorri.

Ingresso libero
orario 15-19, lunedì chiuso
desk: 0498075426

La biblioteca incontra: Cosa è stato scritto su Treviso. Fonti per la Storia della città

Cosa è stato scritto su Treviso. Fonti per la Storia della città. Incontro pubblico con Umberto Zandigiacomi, architetto. Martedì 28 febbraio 2012, ore 18.00, Biblioteca della Fondazione Benetton

Treviso - Dopo il successo degli appuntamenti in biblioteca organizzati la primavera scorsa, la Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso propone anche quest’anno analoghi incontri per promuovere la conoscenza del patrimonio del suo centro documentazione, che comprende una ricca collezione di libri e documenti sui temi del paesaggio, della storia veneta e della storia e civiltà del gioco.

Anche quest’anno saranno esperti e addetti ai lavori a illustrare e rendere viva, nel corso di piacevoli conversazioni, la conoscenza di alcune sezioni di un patrimonio di oltre 33.000 volumi, 1.400 testate di periodici e più di 300 tesi di laurea e dottorato, arricchito ogni anno attraverso acquisti, doni e donazioni, alcune delle quali confluite in fondi speciali. Il pubblico avrà l’occasione di dialogare con i relatori sui temi proposti e soddisfare eventuali curiosità.

Martedì 28 febbraio alle ore 18, nel primo appuntamento del 2012, l’architetto Umberto Zandigiacomi affronterà il tema Cosa è stato scritto su Treviso, illustrando le fonti per lo studio della Storia della città. Fra le pubblicazioni e i documenti che saranno presentati sono di grande interesse, e per i più sconosciuti, l’antico manoscritto di Bartolomeo Burchelati Sconci e diroccamenti di Trivigi… (trascritto e dattiloscritto da Giovanni Netto), ma anche le Passeggiate per la città di Treviso-verso l’anno 1600 scritte da Matteo Sernagiotto per la «Gazzetta di Treviso»
e raccolte in tre fascicoli nel 1870, e i più recenti Storia della città di Treviso dal periodo napoleonico all’anno 1943 (elaborato del PRG di Giorgio Amati) e lo Schema di massima per il Piano Particolareggiato per il Centro Storico del 1976-77.

L’incontro si svolgerà nella biblioteca della Fondazione, in via Cornarotta 9 a Treviso. Ingresso libero. Dato il limitato numero di posti, si prega di comunicare la propria presenza. Per informazioni: tel. 0422.5121, biblioteca@fbsr.it.

Whistler: Fantasia e realtà, Giambattista Tiepolo a Würzburg, Verona e Madrid

Quinto incontro del ciclo di conferenze “Il Settecento: Verona e l’Europa”. Martedì 28 febbraio 2012, ore 17.30, Sala Conferenze, Palazzo della Gran Guardia, Piazza Bra, Verona

Verona - Martedì 28 febbraio si terrà il quinto e ultimo incontro del ciclo di conferenze promosse dal Comune di Verona Assessorato alla Cultura Direzione Musei d'Arte e Monumenti e dall'Università degli Studi di Verona Facoltà di Lettere Corso di Laurea in Scienze dei Beni Culturali. L'iniziativa si avvale del supporto della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Verona, Rovigo e Vicenza e del Centro Iniziative Educazione Artistica e della collaborazione degli Amici di Castelvecchio e dei Civici Musei d'Arte di Verona. Quest'anno l'iniziativa costituisce l'occasione per approfondire alcuni temi della cultura e delle arti del Settecento veronese, oggetto della rassegna espositiva che si terrà al Palazzo della Gran Guardia fino al 9 aprile 2012:
Il Settecento a Verona. Tiepolo, Cignaroli, Rotari.

Il quinto incontro, che avrà luogo martedì 28 febbraio alle ore 17,30, accoglie la lezione di Catherine Whistler, sul tema Fantasia e realtà: Giambattista Tiepolo a Würzburg, Verona e Madrid.

Con la sua fertile immaginazione e il suo tocco vivace, Giambattista Tiepolo portò creatività, innovazione e passione alla tradizione della decorazione allegorica barocca. La sua inventiva e capacità narrativa sono in accordo con lo spirito ottimista e curioso dell'Illuminismo, mentre il realismo nel rapporto tra opera d'arte e spettatore è centrale nell'approccio artistico dell'artista
Catherine Whistler guida, in questa lezione, alla scoperta dei grandi affreschi realizzati da Giambattista Tiepolo tra il 1750, anno in cui il pittore arriva a Wurzburg, e il soggiorno a Madrid, dove esegue il suo ultimo capolavoro. Nel mezzo dipinge il grande soffitto di Palazzo Canossa, ricostruito in scala in occasione della mostra "Il Settecento a Verona. Tiepolo, Cignaroli, Rotari".

Catherine Whistler, è Senior Curator all'Ashmolean Museum e Fellow al St John's College, University of Oxford. E' responsabile della collezione d'arte italiana e spagnola dell'Ashmolean Museum, dove le recenti acquisizioni alle raccolte includono due dipinti di Tiziano, il Ritratto di Giacomo Doria ed il Trionfo di Amore. Ha organizzato numerose esposizioni su vari temi, tra le quali Drawings by the Carracci and Brazilian Baroque Sculpture. Attualmente sta lavorando su una grande esposizione riguardante il Grand Tour, che aprirà nel maggio del 2012. I suoi interessi di ricerca si concentrano principalmente sull'arte Veneziana dal Cinquecento al Settecento, presentati anche sulla rivista del Museo di Castelvecchio, "Verona Illustrata". Ha pubblicato numerosi studi e articoli di approfondimento sulla produzione di Giambattista e Domenico Tiepolo, ed sta ora lavorando su un volume dedicato al ruolo del disegno a Venezia da Bellini a Tiepolo.

Le conferenze saranno ospitate nella Sala Conferenze sita al terzo piano del Palazzo della Gran Guardia, in piazza Bra, e sono aperte al pubblico fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Per gli studenti del corso di Laurea in Scienze dei Beni Culturali dell'Università di Verona la frequenza all'intero ciclo di conferenze varrà 2 crediti formativi.

Per informazioni:
Museo di Castelvecchio - Corso Castelvecchio 2 - 37121 Verona
Telefono 045 8062611 fax 045 8010729
castelvecchio@comune.verona.it
www.comune.verona.it

Elena Giannotti al Csc Garage Nardini

Lunedì 27 febbraio alle ore 21.00 presso Il CSC Garage Nardini di Bassano del Grappa

La coreografa italiana, basata in Irlanda, condivide con il pubblico la ricerca del suo primo studio coreografico “Lo sguardo del cane”

Dall’inizio del 2012, quella di Elena Giannotti è già la quarta residenza coreografica che anima il CSC, Centro per la Scena contemporanea, lo spazio stabile per attività di formazione e ricerca per le arti performative contemporanee di Operaestate Festival che ha come base operativa il Garage Nardini di Bassano del Grappa.

Il progetto - che intende promuovere in accordo e in rete con altri soggetti nazionali e in dialogo con le maggiori realtà internazionali, i linguaggi del contemporaneo nei diversi campi delle arti sceniche - è promosso dal Comune di Basano del Grappa e dallo scorso anno è entrato a far parte dell’EDN l’European Dancehouse Network, la prestigiosa rete europea delle Case della Danza.

E’ un gradito ritorno quello di Elena Giannotti a Bassano, (l’anno scorso ebbe una residenza alla termine della quale presentò FACSIMILE) dove lunedì sera presenta il risultato dei primi sette giorni di prove per un nuovo lavoro, un primissimo studio quindi, intitolato LO SGURDO DEL CANE. ”Il lavoro - racconta Elena - si orienta verso immagini di scomposizione: visive, emotive, e l'assolo sarà poi parte di un lavoro per due danzatori: quindi il processo artistico si svilupperà su temi di dualità, riflessione e sovrapposizione di strutture.”

Come al solito, dopo aver assistito alla performance, il pubblico ha la possibilità di fermarsi per dialogare con l’artista, restituendole un feedback di ciò che ha visto, e in qualche modo contribuendo così a “ribilanciare” la direzione del lavoro che la coreografa sta portando avanti.

Elena Giannotti attualmente vive e lavora in Irlanda come artista indipendente, ha lavorato come danzatrice e collaboratrice con L’Ensemble di Micha Van Hoecke, Virgilio Sieni, Yoshiko Chuma, , Daghdha Dance Company.

Dal 2002 collabora intensamente a numerose creazioni e films per la coreografa Britannica Rosemary Butcher, e ha danzato in spazi prestigiosi come Tate Modern, Queen Elisabeth Hall, Sadler’s Wells a Londra, La Villette a Parigi, Place des Arts di Montreal, TanzQuartier a Vienna per dirne alcuni. Elena ha insegnato danza in vari centri europei e negli ultimi 7 anni si è concentrata sulla ricerca sperimentale sul corpo e su strumenti per l’improvvisazione sia nell’insegnamento che nella pratica performativa.

Il momento della residenza coreografica è particolarmente importante per il processo creativo degli artisti, ai quali viene messo a disposizione uno spazio attrezzato e un periodo di tempo, per portare avanti la loro ricerca. In cambio viene chiesto loro di tenere workshop (gratuiti) per i danzatori o coreografi del territorio, e di condividere con il pubblico il percorso svolto durante la residenza. Una modalità che si conferma vincente viste le numerose richieste, che arrivano oramai da tutta Europa, di giovani artisti che chiedono di essere accolti a Bassano, ma anche per il pubblico che in qualche modo viene anch’esso “formato”, imparando a dialogare con gli artisti, vedendo lavori in progress, portati avanti da artisti che provengono da paesi diversi.

Serata ad ingresso libero fino ad esaurimento dei posti. Informazioni ufficio Operaestate tel. 0424519804 519819

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giovedì 23 febbraio 2012

Eppur si muove!

Il ministro piangente Fornero ha fatto sapere alla pubblica opinione quello che avevamo capito da tempo. E cioè che il governo abrogherà in ogni caso l’art. 18, fregandosene sia delle rappresentanze sindacali che, eventualmente, del Pd. Il governo Monti, fatto della stessa materia di quello presieduto dal greco Papademos, è stato infatti pensato e imposto proprio con l‘obiettivo non aggirabile di sferrare il colpo mortale alle classi medie e proletarie dopo decenni di preparatori colpi ai fianchi. Monti lascerà il posto di primo ministro soltanto dopo avere contribuito in maniera incisiva alla restaurazione di uno schema lavorativo di tipo ottocentesco, nel quale il lavoro non è diritto ma favore, e le tutele scompaiono in nome di una non meglio specificata ricerca di competitività sui mercati. Fin qui quindi nulla di nuovo all’orizzonte. Il dato interessante invece riguarda l’improvviso risveglio del Pd. Bersani ha dichiarato che senza l’accordo con le parti sociali, il Pd potrebbe non votare la riforma sul mercato del lavoro. Un fatto apparentemente scontato ma in realtà profondamente rivoluzionario. Per la prima volta Bersani ha infatti difeso un principio, visti i tempi, rivoluzionario. Mettendo in dubbio l’appoggio del suo partito ad una riforma neoschiavista, Bersani ha rotto un tabù vero: quello dell’acritica e supina obbedienza ai diktat europei, opera e vanto di quella stessa Troika che dopo avere dissanguato la Grecia ha già messo nel mirino l’Italia. Mentre Berlusconi tende ad abbracciare con sempre maggiore passione il governo guidato da Monti, in una ottica di sostanziale continuità con le politiche involutive del governo precedente, Bersani pare improvvisamente svegliarsi da un lungo letargo. Nell’ottica dei negrieri di Bruxelles, i partiti cosiddetti riformisti hanno principalmente il compito di puntellare un equilibrio di sistema recitando più o meno consapevolmente il ruolo degli utili idioti. Gli interventi strutturali di indirizzo politico, pensati all’interno di consessi elitari e antidemocratici, mirano tutti alla disarticolazione delle tutele sul lavoro, alla diminuzione dei salari, alla demonizzazione del concetto di cosa pubblica, allo sputtanamento dei rappresentanti del popolo e per riflesso quindi del concetto stesso di democrazia. Mentre le destre cavalcano in genere questo schema criminale, le cosiddette sinistre si limitano perlopiù a smussare alcune spigolature di un impianto la cui filosofia resta però generalmente immutata. L’armonioso consolidarsi di tali prassi è poi alla base di quell’equilibrio superiore che nel complesso strozza e umilia le vite di intere generazioni di europei confusi e raggirati. Per restare nel ruolo che gli è stato affidato, Bersani non dovrebbe permettersi di mettere in dubbio l’appoggio del suo partito ad una proposta che sia diretta emanazione del potere centrale, palesata per bocca del reggente pro tempore Mario Monti. A qualunque costo. I moderni negrieri si aspettano un atteggiamento diverso e funzionale, volto cioè a fare finta di spendersi per ottenere condizioni parzialmente migliorative per i lavoratori, senza però mettere in dubbio per davvero e alla radice la bontà e l’ineluttabilità dell’intervento. Gli interventi dei vari Veltroni, Enrico Letta e Fioroni vanno letti in questa prospettiva. Scatenano ora la guerra al segretario del Pd per conto terzi al fine di ricondurlo a più miti consigli. Questi personaggi continuano a riconoscere soltanto una legittimazione politica che proviene dall’alto e diffidano rumorosamente chiunque, in questo caso Bersani, dalla tentazione di invertire in senso democratico l’esercizio del potere per il mezzo della rappresentanza. Le élite, nella loro delirante impostazione, hanno tutto il diritto di imporre riforme “lacrime e sangue” nell’interesse anche di quel popolino incapace di comprendere. La democrazia è invece l’esatto contrario.

Francesco Toscano

Chioggia: Tommi presenta il suo nuovo album

Domenica 26 febbraio 2012 al Discanto Pub di Chioggia (VE), Tommi presenta dal vivo il suo nuovo album Always

Gioca in casa, nella sua Chioggia, il bravo songwriter, autore di uno dei dischi più apprezzati dalla critica negli ultimi tempi. Always infatti è stato recensito con successo su testate prestigiose come Rockerilla e il Manifesto, su web magazines come Mescalina e Smemoranda, con passaggi anche in Rai (Stereonotte).

Always è il secondo disco di Tommi ed è una novità nel catalogo della Prosdocimi Records: un lavoro intenso, ambizioso e deciso, ricercato nei temi e nelle liriche. Tommi, al secolo Tommaso Varisco, nel 2006 ha pubblicato This is how I feel e all'inizio del 2011 ha incontrato Mike 3rd, chitarrista di Ex KGB e Tunatones nonché deus ex machina della Prosdocimi , che ha prodotto Always, affidando il mastering a Ronan Chris Murphy, già uomo di regia per King Crimson, Tony Levin, Steve Morse e molti altri.

Always ha un sound pieno e corposo, un approccio positivo influenzato dal grande rock di Bruce Springsteen e Neil Young, con reminiscenze grunge e di Blind Melon senza dimenticare ballate intimiste. Dietro al songwriting di Tommi c'è anche un valido lavoro di gruppo, che verrà riproposto anche dal vivo con il supporto della Lone Star Band, formata da Mike 3rd, Alberto Stocco (batteria) e Alessandro Arcuri (basso), noti per l'attività con i Surfabilly rockers Tunatones.

Tommi & The Lone Star Band
in concerto

Domenica 26 febbraio 2012
h. 21:45
Discanto Pub
Lungomare Adriatico
Sottomarina di Chioggia (VE)

Informazioni:
Tommi Myspace: http://www.myspace.com/tommi95

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Ciclo diritti umani a Treviso: “Rwanda again”

Rwanda, il genocidio e la risposta inadeguata del diritto internazionale. Proiezione del documentario Rwanda again. Introduzione a cura di Serena Forlati, Università degli Studi di Ferrara, e Lauso Zagato, Università Ca’ Foscari di Venezia. Lunedì 27 febbraio ore 21.00 Auditorium spazi Bomben di Treviso

Il genocidio del Rwanda sarà al centro del prossimo appuntamento del ciclo di incontri sul tema dei diritti umani Dialoghi per una società della consapevolezza, pensato e organizzato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia e il Liceo Ginnasio “Antonio Canova” di Treviso.

Lunedì 27 febbraio alle ore 21.00, nell’auditorium degli spazi Bomben di Treviso, sarà proiettato il documentario Rwanda again di Lawrence Blankenbyl e Phoebe Mutetsi, prodotto da Fabrica e da RSI-Radiotelevisione Svizzera nel 2009. Durante la metà degli anni novanta, la nazione Africana del Rwanda ha vissuto uno dei più brutali episodi di genocidio della storia recente. Secondo quanto è stato riportato dalle cronache, comuni abitanti della maggioranza Hutu, armati di rudimentali utensili agricoli, hanno ucciso un milione di persone solo perché di etnia diversa - i Tutsi -, indifferenti a vincoli di parentela e amicizia, in quella che è stata considerata una massiccia operazione di pulizia etnica. Oggi, il Rwanda è la testimonianza della capacità di resistenza del genere umano: nonostante le loro differenze, pene e traumi subìti, i rwandesi devono rimanere uniti e lavorare insieme per ricostruire la loro nazione. Rwanda Again racconta una storia di lavoro e guarigione, di persone che sono sopravvissute alle rovine del genocidio e che devono ricostruire quello che avevano un tempo e quello che devono avere ora: cibo, riparo, libertà e fiducia nel genere umano.

La proiezione sarà introdotta da Serena Forlati, direttore del Centro Studi e Servizi sul Diritto Straniero e delle Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Ferrara, e da Lauso Zagato, docente di Diritto Internazionale all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Note di regia: “Abbiamo trascorso almeno sette giorni con ognuno dei gruppi di persone che abbiamo ripreso. Era fondamentale che i personaggi del documentario si sentissero a loro agio con la nostra presenza, la nostra attrezzatura e la nostra agenda e questo risultato è stato ottenuto trascorrendo del tempo insieme e costruendo buoni rapporti. Il valore del documentario, da entrambe le parti, è costituito dalle relazioni che si sono create e che si cercano di trasmettere al pubblico”.

Auditorium spazi Bomben, via Cornarotta 7, Treviso. Ingresso libero. Per informazioni: tel. 0422.5121, fbsr@fbsr.it

mercoledì 22 febbraio 2012

Budapest, la Regina del Danubio

“Diario di viaggio”, rubrica a cura di Francesca Monti

Ogni città che ho visitato mi ha lasciato immagini e ricordi bellissimi, ma Budapest mi è rimasta particolarmente nel cuore, perché è veramente incantevole. Il Danubio attraversa placido la capitale ungherese per 20 km, passando al di sotto di otto ponti che uniscono le due parti della città: Buda, la parte più antica e Pest, quella più moderna. Tra le attrazioni imperdibili nella zona di Buda c’è il Castello. Al suo interno si trovano tre chiese, cinque musei, diversi edifici di vario genere, monumenti, piazze di grande importanza storica e persino un teatro. Ci sono poi il Palazzo Reale e la Chiesa di San Mattia, che prende il nome dal Re Mattia o Mattia il Giusto, vissuto tra il 1443 e 1490 che si sposò due volte nell’edificio sacro, ufficialmente conosciuto come la Chiesa di Nostra Signora. Quando i turchi invasero l’Ungheria, si impossessarono anche dell’area su cui fu costruito il castello; la chiesa venne trasformata in una casa di preghiera, ma a volte servì come stalla per i cavalli. Nel 1686 le armate musulmane vennero sconfitte, la città e la chiesa ritornarono così nelle mani dei cristiani. La chiesa mantiene il suo stile gotico originale, ad eccezione del tetto in stile Art Nouveau. Accanto alla Chiesa si San Mattia, si trova il Bastione dei pescatori, area protetta nell’antichità dai pescatori. Da qui si ha una vista magnifica sulla città nel lato di Pest. Le sette torri simboleggiano le tende dei sette capi tribù che guidarono gli Ungheresi nella propria nazione alla fine del nono secolo. Il Ponte delle Catene è uno dei simboli di Budapest più famosi al mondo. Si tratta del primo ponte stabile della capitale, illuminato di notte per offrire uno spettacolo davvero unico. E’ stato costruito tra il 1839 ed il 1849 su espressa richiesta del conte István Széchenyi. Purtroppo la seconda guerra mondiale lo ha devastato, ma nel 1949 il ponte è stato interamente ricostruito, in occasione del suo centenario. Nella zona di Pest invece si trovano il Palazzo del Parlamento e il Duomo di Santo Stefano, la Grande Sinagoga e il Museo etnografico. Splendido il Duomo di Santo Stefano. La sua costruzione fu iniziata nel 1850, ha una storia abbastanza drammatica (il crollo della cupola portò i costruttori a dover ricominciare i lavori quasi da capo), e fu completato solo nel 1905. La basilica prende il nome dal primo re ungherese, Stefano, che portò la fede cristiana in Ungheria. La reliquia più significativa è il Santo Destro, ovvero il braccio mummificato del re, patrono della chiesa. La visita alla reliquia è a pagamento, mentre l’ingresso al Duomo è gratuito. Fra le diverse personalità illustri che hanno visitato la Basilica possiamo ricordare Papa Giovanni Paolo II.
Un’altra curiosità della Basilica riguarda la storia della campana più grande che pesa oltre 9 tonnellate. Da vedere anche il Museo delle Belle Arti di Budapest, diviso in sei grandi sezioni: antichità greco-romane, collezione egizia, sculture, stampi e disegni, la galleria dei maestri antichi e quella dei maestri contemporanei. Nella collezione dell’Ottocento e Novecento ci sono opere di tutti i maggiori impressionisti francesi, Renoir, Monet, Manet, Delacroix, Gauguin, Cezanne, Picasso e altri. Altri luoghi interessanti da visitare sono la Piazza degli Eroi, costruita nel 1896 per celebrare i mille anni dall’arrivo degli Ungari in quest’area. Qui si trovano il memoriale per gli eroi dell’Ungheria deceduti, dietro il quale sono esposti i capi tribù che guidarono gli Ungari nell’ 896; in cima alla statua c’è l’Arcangelo Gabriele con la Corona Ungherese nella mano destra e la Croce Doppia nella sinistra. Alle spalle della statua sono posti due colonnati, ognuno dei quali ritrae sette personalità importanti della storia dell’Ungheria. Su entrambi lati della piazza vi è un museo: il Museo delle Belle Arti, di cui abbiamo parlato poco fa, e il Palazzo delle Esposizioni. Budapest ha sempre avuto una numerosa comunità ebraica. Ancora oggi sono attive 22 sinagoghe, di cui molte sono collocate in scuole, ospedali o case private. Proprio nel cuore del ghetto ebraico c’è la più grande sinagoga d’Europa. Costruita nel 1859 in stile neo-moresco, può ospitare fino a 3000 persone. Nella parte bassa della sinagoga ci sono posti per 1497 uomini mentre al piano superiore ci sono posti per 1472 donne. Nel giardino della Sinagoga, proprio sopra una ex fossa comune, c’è un monumento che ricorda gli ebrei uccisi dai nazisti nel 1944-45: è un albero di salice, chiamato Albero della vita, con foglie di metallo. Su ognuna di esse è inciso il nome di un martire. Infine il Teatro dell’Opera, disegnato da Miklos Ybl e completato nel 1884. Molti compositori e musicisti famosi si esibirono nel nuovo Teatro, tra cui Giacomo Puccini. Tra il Ponte Margherita e quello di Arpad si trova l’isola Margherita, posta in mezzo al Danubio. Qui vi è il parco più bello di Budapest. Sull’isola è possibile ammirare edifici dall'atmosfera unica, come per esempio la torre idrica, la fontana musicale, il teatro all'aperto, la chiesa di San Michele e le rovine di edifici risalenti a centinaia di anni fa.
Poco distante da Budapest si trova il Memento Park, dove sono conservate tutte le statue che rappresentano le grandi figure del comunismo (Marx, Lenin, Stalin, Bela Kun). Infatti gli abitanti di Budapest, a differenza di quelli degli altri Paesi dell’Est, non hanno festeggiato la fine del regime comunista
distruggendo i simboli di quel periodo storico, ma hanno preferito creare questa sorta di museo all’aperto.
Passiamo alla cucina. Carne, patate, cipolla, spezie e paprika sono la base di molte pietanze di Budapest e dell’Ungheria. Piatto tipico è il Goulash, di cui esistono molteplici varianti, accomunate da alcuni ingredienti come carne, patate, pepe e paprika, e poi personalizzate. Ci sono vari tipi di zuppe, mentre il piatto di carne più famoso è il maiale con paprika e patate.
La città offre tantissime opportunità di svago, dai festival musicali alle iniziative culturali, dai bar agli innumerevoli locali. Molto interessanti sono i “pub in rovina” cioè pub allestiti nei cortili delle vecchie fabbriche abbandonate. Ha ragione Claudio Magris quando afferma che: “Budapest è la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Budapest dà la sensazione fisica della capitale, con una signorilità e un'imponenza da città protagonista della storia”.


*Purtroppo le foto caricate si sono cancellate. Per leggere l'articolo corroborato dalle foto, scaricate il numero 7 del Popolo Veneto in versione .pdf al seguente indirizzo: www.ilpopoloveneto.it/?p=280

Beppe Fenoglio, il partigiano e lo scrittore

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"Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano" Beppe Fenoglio

Selezionati i 5 finalisti che concorrono al Premio Prospettiva Danza Teatro 2012

Padova si conferma capitale della danza contemporanea giovanile con 50 domande provenienti da tutta Italia per partecipare al Premio che mette in palio 5.000 euro

Padova - Si è riunita nei giorni scorsi la Commissione che ha svolto un lungo lavoro di selezione tra le 50 domande provenienti da tutta Italia di giovani coreografi per concorrere alla 3^ edizione del Premio Prospettiva Danza Teatro 2012. Il Premio è uno degli eventi inseriti nella rassegna patavina Prospettiva Danza Teatro - il progetto realizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova in collaborazione con il Circuito Regionale Arteven, la direzione artistica di Laura Pulin - e nasce con l'obiettivo di promuovere la giovane coreografia contemporanea italiana.

Ecco i nomi dei 5 partecipanti: Marianna Batelli con il progetto “My name is norifumi” di Belluno, Mara Cassiani con “trashx$$$” proveniente da Pesaro, Sara Castellani di Modena con “Vanity fair’s snow white”, il trevigiano Marco D’Agostin con il progetto “Per non svegliare i draghi addormentati” e Daniele Ninarello di Torino con “Trois Corps”.

Tutti loro hanno inviato un dettagliato progetto del lavoro in divenire, corredato da materiale video, e sulla base di questi elementi la Commissione - composta da Anna Lea Antolini, consigliere artistico danza italiana per Roma Europa, Pier Giacomo Cirella, responsabile settore danza di Arteven e segretario generale della Fondazione Teatro Comunale di Vicenza e Laura Pulin, coreografa e direttore artistico della rassegna Prospettiva Danza Teatro - li ha selezionati.

Cinque dunque i finalisti che ora accedono alla seconda fase del progetto, ovvero la residenza coreografica. Ogni soggetto infatti avrà a disposizione un’intera settimana, tra marzo e aprile 2012 presso la prestigiosa sala del Ridotto del Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” di Padova per portare avanti la propria ricerca coreografica e con cui si presenterà alla fase finale (28- 29 aprile 2012) del percorso.

Ora i giovani coreografi dovranno lavorare sodo per aggiudicarsi il premio finale di 5.000 euro.

I loro lavori, verranno giudicati da un’ulteriore commissione di esperti nazionali nel campo delle arti performative contemporanee come Pippo Del Bono attore e regista - presidente della Commissione, il coreografo Emio Greco, la critica di balletto e docente di estetica della danza Marinella Guatterini, Gisberto Morselli, consulente danza per il Teatro Comunale di Ferrara, e Gabriella Furlan, della Direzione generale dello spettacolo dal vivo e componente della commissione danza del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

La premiazione finale, aperta al pubblico, avverrà il 29 Aprile alle ore 21 presso la sala del Ridotto del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Padova.

La città di Padova, si colloca quindi a pieno titolo nel panorama nazionale della danza con un progetto che, anche in tempi difficili come questi, riesce a sostenere la creatività e il talento dei giovani coreografi promuovendone il lavoro di ricerca e favorendo la realizzazione dei loro progetti originali.